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Prima Parte - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO
Tutto quanto fa cinema
Capitolo 1 - La sfida digitale
"L'INDUSTRIA CULTURALE È UN SISTEMA. I PRODOTTI
CULTURALI HANNO CARATTERE TECNOLOGICO E SONO
ISPIRATI ESCLUSIVAMENTE A LOGICHE DI MERCATO"
Theodor W. Adorno (1903-1969), filosofo, sociologo e compositore tedesco
Quale bene culturale, l'opera cinematografica ha un duplice DNA, artistico ed economico. Ma se si volesse approfondire l'osservazione e definirne per esempio il codice genetico, si constaterebbe che la natura originaria del cinema appartiene alla tecnologia. Lo riconoscevano implicitamente gli stessi fratelli Louis e Auguste Lumière - «Il cinema è una invenzione senza domani» - al momento dei primi bilanci dopo aver brevettato nel 1895 la loro prima apparecchiatura da presa e da proiezione. Thomas A. Edison e Charles Pathé furono i primi a rendersi conto che in realtà quell'innovazione poteva rivelarsi un affare colossale e a capire come farne sul piano produttivo un'industria, scoprendo il cosiddetto anello mancante: quel mezzo tecnico non doveva servire solo per riprendere la vita e la cronaca quotidiane, ma anche per riprodurre e mettere in scena altre realtà.1
In Italia questo passaggio si consumò ad esempio subito dopo il 1910, anche se i primi film non furono altro che allestimenti di opere teatrali o letterarie e portavano con grande evidenza la firma degli autori dei soggetti. Da La morte civile presentata con i nomi del commediografo Paolo Giacometti e dell'interprete Amleto Novelli a Nanà "; da Il padrone delle ferriere "di George Ohnet" alle diverse edizioni di La capanna dello zio Tom, da Harriet Beecher Stowe, fino a Cabiria, attribuito a Gabriele D'Annunzio, più tante altre pellicole ancora. Era questo anche un modo per dare dignità d'arte alla nascente cinematografia.2
Dal giorno in cui è stato concesso spazio alla creatività, il prodotto dell'industria filmica è tuttavia diventato una forma d'arte, un bene culturale, un prototipo unico e originale, a forte componente intellettuale. E in quel momento il cinema ha cominciato a essere un media che trasmette valori e comunica contenuti, un'occasione di esperienza, ossia un experience good di largo consumo, in quanto riproducibile ennesime volte. Ma a conferma della sua originaria informazione genetica è la natura tecnologica che continua a segnarne lo sviluppo. Ben pochi, dopo le prime pellicole bicromatiche della Kodak per I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille del 1923 credevano nel sistema Technicolor di Herbert Kalmus, che si sarebbe invece rivelato fondamentale un decennio dopo con il passaggio alla tricromia.
Anche quando a Hollywood fu introdotto dalla Warner il sonoro, la seconda storica innovazione, con la prima colonna musicale del Don Juan interpretato da John Barrymore nel 1926 e poi l'anno successivo con i dialoghi e le canzoni di Al Jolson in Il cantante di jazz di Alan Crosland si disse che non sarebbe cambiato nulla. Una scena di Cantando sotto la pioggia di Gene Kelly e Stanley Donan (1952) lo ricorda in modo significativo nel dialogo fra i due personaggi del regista Douglas Fowley - «È una trovata che non dura!» - e del musicista Donald O'Connor: «Anche dell'automobile si disse così».
Ne era convinto pure Charles Chaplin: «Il muto sopravviverà perché rappresenta la poesia del gesto». Al contrario il sonoro - oltre a imporre il nuovo standard di 24 fotogrammi al secondo rispetto ai precedenti 16 - spazzò via una generazione di cineasti e di divi del muto. Dal 1941 in poi, dopo l'avvento della colonna sonora stereofonica con Fantasia della Walt Disney, l'evoluzione tecnologica è proseguita a ritmo costante, dal Cinemascope fino alle ultime tecniche computerizzate per l'elaborazione degli effetti speciali e ai nuovi sistemi di produzione e proiezione digitalizzati, in alta definizione e 3D, congeniali alla diffusione satellitare e via internet.
2Ne fa fede anche quanto lasciato scritto nelle proprie memorie dal vero regista, Giovanni Pastrone, che mise in scena il soggetto di D'Annunzio: «Sono fiero, oggi, di aver rinunciato alla paternità intera di Cabiria - avevo appena trent'anni - per regalare a D'Annunzio un film che avevo fatto io. A quell'età non era da tutti rinunciare alla gloria».
