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1ª PARTE - LA POLITICA ISTITUZIONALE

2ª PARTE - IL MERCATO DELL'OFFERTA

3ª PARTE - LE RISORSE DEL SETTORE

4ª PARTE - L'INTERVENTO PUBBLICO

5ª PARTE - IL MERCATO DELLA DOMANDA

6ª PARTE - IL SISTEMA PRODUTTIVO

7ª PARTE - IL MERCATO DEL LAVORO

FOCUS

TESTIMONIANZE

FILM COMMISSION

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2013
Sesta Parte - IL SISTEMA PRODUTTIVO
IMPRENDITORI ATTIVITÀ E GESTIONE D'IMPRESA
Capitolo 11 - I risultati economici
Produttività, efficienza e margini operativi

Sul piano della diffusione territoriale i dati statistici mettono invece in luce il differente contenuto di valore aggiunto insito in alcune determinate produzioni rispetto ad altre.
Nei dati riferiti alla formazione di valore secondo i territori regionali (tavole 21 e 22) si riscontrano per esempio valori diversi da quelli riferiti alla distribuzione del fatturato Regione per Regione in ragione di scostamenti legati alle tipologie di attività svolte in certi distretti piuttosto che in altri.

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È il caso della Lombardia, epicentro nella realizzazione di spot pubblicitari, clip musicali e video destinati all'industria e ai servizi. Si tratta di prodotti che presentano in genere margini operativi e valore aggiunto superiori a quelli assicurati da produzioni di altra natura. I risultati conseguiti nel 2011 dalle imprese lombarde, rispetto al 2010 conservano in valori assoluti e in quote percentuali il segno negativo in linea con i dati relativi al fatturato, ma l'entità dei decrementi è nettamente inferiore. Per le aziende laziali gli ordini di grandezza delle contrazioni appaiono invece molto simili.

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Il bilancio complessivo delle Regioni settentrionali e centrali rimane ugualmente negativo così come si è verificato in termini di fatturato, ma in misura assai minore per le prime. Le Regioni del Sud si collocano da parte loro in terreno positivo, ma con trend differenti di quelli del fatturato: sul 2010 portano il segno più, mentre sul 2008 negativo.Anche la diversità dei territori geografici da considerare conduce a scostamenti discordanti (tavola 23), soprattutto in relazione all'andamento dell'attività espresso attravers ol'evoluzione del numero di imprese attive e dell'occupazione da loro generata, in termini sia di dipendenti diretti sia di addetti a collaborazione (tavola 24).

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Per quanto riguarda il valore aggiunto medio per occupato, al Nord i valori scendono anche se diminuiscono gli addetti; al Centro crescono in virtù della riduzione delle persone occupate anche se in realtà il valore complessivo di valore aggiunto fra il 2010 e il 2011 si contrae; al Sud – nonostante il relativo decremento del fatturato – la media per occupato migliora per il combinato disposto, frutto di un trascurabile aumento degli occupati (da 4.073 a 4.077), contro invece la sensibile crescita dei dipendenti, passati dai 2.434 del 2010 ai 3.002 del 2011, e di una contestuale, robusta risalita del valore aggiunto da 123,79 milioni a 136,92 milioni di euro.
Nelle interrelazioni fra aumento o decremento delle unità produttive, si collocano variazioni del loro parco addetti e calo o crescita del fatturato e (ancor più) del valore aggiunto. Si può riscontrare in effetti che chi razionalizza riesce a volte a migliorare anche i risultati. Il Sud ad esempio è l'unica delle macroaree che da un anno all'altro conta più unità locali, più dipendenti e più persone occupate, anche in riferimento alle medie per impresa, andando così a gravare maggiormente sui costi di struttura e del personale(sebbene in linea di massima i costi per addetto mostrino una certa contrazione, in realtà il maggior numero di dipendenti espande le spese complessive).
Il prospetto dei dati serve anche a capire se, come e quanto sul calo dell'occupazione incidano le cessazioni d'attività da parte delle imprese registrate fra il 2010 e il 2011. Stante la generalizzata chiusura dei battenti societari registrata in quasi tutte le macroaree e Regioni del Paese, risulta ad esempio che – al contrario di quanto accaduto nelle Regioni settentrionali e centrali – in quelle meridionali il numero medio di occupati e dipendenti per azienda è cresciuto. Emerge quindi che al Nord e al Centro l'emorragia di unità locali ha coinvolto operatori di tutte le dimensioni, cioè sia quelli minori (che in genere si avvalgono al massimo delle prestazioni di un solo collaboratore) sia quelli di media o maggiore caratura, che contano oggettivamente su un numero superiore di addetti.
In merito al trend delle attività nel Sud, si può rilevare invece come a uscire di scena siano state principalmente le microimprese e le aziende con zero occupati o comunque con meno personale, al punto che la media di prestatori d'opera per ogni impresa è migliorata di oltre mezzo punto percentuale, a differenza di quanto si è verificato nell'Italia centrale, dove i regressi sono stati più consistenti e superiori a un punto, e in quella settentrionale, dove i decrementi sono stati contenuti fra uno e due decimali.
Una controprova di questo fenomeno è rappresentata dall'andamento fatto segnare dal gruppo delle 9 Regioni cinematograficamente più sviluppate e – ancor più vistosamente – dall'accorpamento Lazio-Lombardia, che costituisce per antonomasia il nucleo centrale di tutto il comparto. In entrambi i casi, a fronte di una quota percentuale di unità locali attive rispetto al totale nazionale più consistente nel 2011 rispetto al 2010, si registra addirittura un calo generalizzato della loro incidenza complessiva sull'occupazione globale: quasi 2 punti per i dipendenti e oltre 1,20 per gli occupati delle 9 Regioni e più di 5 e 6 rispettivamente per l'accoppiata Lazio-Lombardia.
i conseguenza, nel Mezzogiorno si è elevata la media di addetti a impresa, mentre si è abbassata al Nord e soprattutto al Centro, così come appare notevole la riduzione accusata dalle macroaree – sia pure limitata a meno di mezzo punto percentuale – nel numero di dipendenti, rispetto tuttavia a un arretramento nettamente superiore sul fronte degli occupati (oltre mezzo punto per il raggruppamento delle 9 Regioni e più di un punto per il secondo Lazio-Lombardia).
Un ulteriore tavolo di riscontro è proposto dall'evoluzione delle quote di valore aggiunto rispetto al fatturato in base alla composizione del comparto nei suoi quattro tradizionali segmenti di attività, segnalati dal censimento 2011 in comune arretramento rispetto al2010 (tavola 25).

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Il livello più alto di valore aggiunto fra le quattro aree produttive è realizzato dalle case di distribuzione. Mentre la media generale del comparto è pari al 39,46%, quella delle società distributrici sfiora in complesso il 48,59%, ossia una quota sensibilmente superiore a quelle delle aziende di post-produzione (38,23%), delle case di produzione(37,21%) e delle imprese dell'esercizio (32,83%). Si tratta di margini di valore aggiunto rispetto al fatturato molto diversificati, dei quali appare difficile configurare un comune filo conduttore. Probabilmente uno dei fattori che ne influenzano la consistenza può essere individuato nella stagionalità, ossia nei saliscendi dei risultati di mercato.
Quando il coefficiente della produzione supera la media complessiva del comparto, quello della distribuzione se ne colloca al di sotto. Quando invece la quota di valore aggiunto sul fatturato conseguito dalla produzione si attesta al livello medio, allora sono le società di distribuzione a portare la loro percentuale di valore aggiunto rispetto al fatturato sopra lo standard medio di tutto il comparto. E quando questo succede, accade anche che sia la classe dimensionale da 50 a 249 addetti – ossia quella delle medie aziende, in cui confluiscono le case di produzione maggiormente attive – a elevare il proprio rapporto valore aggiunto-fatturato sopra l'indice medio del comparto nel suo complesso. (Il fenomeno non può aver un riscontro statistico, vista l'assenza del dato specifico alla suddivisione per classi dimensionali delle imprese dei singoli segmenti, al fine di valutare quale sia l'effettiva concentrazione delle case di produzione fra le microimprese e le piccole aziende e, allo stesso modo, quella delle società di distribuzione nel cluster delle aziende di medie dimensioni).
È possibile inoltre rilevare come dopo quattro anni (periodo 2005-2008) di riduzione dei margini di valore aggiunto rispetto al fatturato nella fascia delle grandi aziende, con più di 250 addetti, e un altro biennio (2009-2010) di promettente – per quanto lieve – incremento, nel 2011 si sia verificato un notevole miglioramento di questo rapporto, salito al 45,49%. Il progresso è avvenuto in coincidenza con la drastica contrazione da 17 a 8 del novero delle imprese maggiori e sembra indicare che l'assottigliamento del drappello delle maggiori aziende sia potenzialmente maturato, quanto meno in buona misura, attraverso la definitiva uscita di scena (come nel caso di Blockbuster e Technicolor) o il passaggio al bacino delle medie imprese – dopo un'intensa opera di ristrutturazione – di quei nove grandi gruppi che nel 2011, rispetto al 2010, risultano nei dati del censimento Istat mancanti all'appello.
A proposito della classe delle medie imprese si può invece osservare la coincidenza temporale fra le annualità in cui queste hanno realizzato i maggiori incrementi delle quote di valore aggiunto in rapporto al fatturato e le stagioni corrispondenti ai migliori andamenti in assoluto del mercato cinematografico: 2003, 2007 e 2010.
La natura dei trend è peraltro confermata dalle quote per comparto di valore aggiunto,calcolate in rapporto al valore della produzione, dato ritenuto in genere più significativo della percentuale commisurata al fatturato e rilevato dall'Istat soltanto a partire del 2008(tavola 26).

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I valori della gestione economica. Un secondo indicativo elemento di valutazione rilevabile dalle statistiche Istat a partire dal 2008 corrisponde al cosiddetto MOL, il margine operativo lordo, che serve a evidenziare la redditività di un'impresa. Rispetto all'individuazione dell'ammontare del valore aggiunto, il suo processo di misurazione contempla infatti la sottrazione anche del costo del lavoro ed è quindi funzionale a valutare la capacità da parte di una società di creare reddito, cioè utili, con la sua attività prima di mettere in conto i costi che derivano non dal ciclo produttivo vero e proprio ma da altri tipi di gestione. Come quella finanziaria in termini di interessi passivi (sostenuti per esempio a carico dell'eventuale indebitamento contratto con le banche o con i fornitori) o quella fiscale, che comporta il pagamento di tasse e imposte, o ancora quella patrimoniale, in tema di deprezzamento dei beni (con i relativi accantonamenti) e di ammortamenti collegati agli investimenti operati nell'acquisizione degli stessi beni, sia materiali sia immateriali come i diritti di sfruttamento delle opere cinematografiche.
Il MOL si colloca in sostanza sulla soglia del reddito netto, voce che corrisponde al saldo finale dei conti economici ed esprime in pratica l'esito conclusivo di un anno di attività con il segno più degli utili conseguiti o quello meno delle perdite accusate a chiusura dei bilanci.
A suffragio della percezione di una rete d'impresa del cinema strutturalmente più consistente di quanto possa far presumere la sua appariscente farraginosità, si può osservare chele considerazioni emerse in tema di attività operativa e di produzione di fatturato valgono sostanzialmente anche sotto il profilo della capacità di generare reddito (tavola 27).

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L'arco di tempo coperto dalle rilevazioni è ristretto e segnato principalmente dagli effetti di una congiuntura economica progressivamente negativa, quindi i dati relativi al margine operativo si pongono in diretta correlazione con quelli già esposti a proposito del fatturato, del valore aggiunto dei segmenti e delle classi dimensionali del comparto, anche per le medie sia aziendali sia per addetto, così come in riferimento agli altri settori dell'audiovisivo (tavole 28 e 29) da cui traspare solo una leggera contrazione delle quote di MOL a confronto con quelle conseguite dal cinema in attinenza al valore aggiunto.
Il grado di accentuazione degli scarti che separano i valori del comparto cinema dagli altri del settore audiovisivo caratterizza anche gli scostamenti che si possono rilevare fra le quote di margine operativo lordo dei quattro segmenti dell'industria cinematografica e i rispettivi risultati in termini di fatturato e di valore aggiunto (tavole 30 e 31).

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Attestata sopra il 20%, la positività del differenziale che si riscontra fra l'incidenza del margine operativo lordo sul valore aggiunto e quella rilevata a sua volta per lo stesso valore aggiunto sul valore della produzione sta a significare come l'efficienza produttiva e gestionale si riflettano sulle proiezioni di redditività delle imprese (tavola 32). A misurare la prospettiva per ogni società di raggiungere i propri obiettivi di profittabilità è in particolare il rapporto fra MOL e valore della produzione. È il coefficiente chiave che porta in sede di bilancio al passaggio più delicato, in quanto esprime proprio quella parte di valore di tutta l'attività produttiva svolta che, una volta detratte tasse e imposte (e aver scontato eventuali ammortamenti e accantonamenti), si concretizza in reddito netto, cioè in utili o passivi effettivi.

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Data l'adozione recente dei due indicatori relativi al valore della produzione (che integra quello riferito al fatturato cosiddetto caratteristico) e al MOL, con cui si misura la capacità da parte delle società di creare reddito, la ricostruzione del percorso compiuto nel tempo dalle imprese si compone in sostanza delle serie storiche relative ai risultati di fatturato e alle quote di valore aggiunto conseguite. A queste voci se ne possono affiancare, a titolo comparativo, soltanto altre due, rappresentative in parte della gestione aziendale (tavola 33) in base alle quali si possono valutare alcuni indicatori.
Calcolando l'incidenza di tutti gli acquisti di beni e servizi – compresi quindi anche quelli di godimento di terzi – rispetto al fatturato si può ad esempio accertare che il loro livello nel complesso del comparto arriva al 67,43%, mentre nell'ambito dei singoli segmenti è quello dell'esercizio a sostenere gli oneri maggiori, per un impatto sul fatturato corrispondente al 76,97%, mentre le case di produzione arrivano quasi al 70,28%, contro un impatto del 60,57% delle aziende di post-produzione e appena del 53,25% delle società distributrici: standard che può contribuire a spiegarne anche l'alto volume di valore aggiunto da loro conseguito.

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D'altro canto la fisionomia dell'attività cinematografica presenta un mix di caratteristiche specifiche che la distinguono dalla generalità dell'industria manifatturiera cui aderiscono per consolidata impostazione le rilevazioni dell'Istituto Centrale di Statistica. È in effetti un comparto ad intensità tanto alta di capitale d'investimento quanto bassa di lavoro diretto, e di conseguenza alcuni indicatori di comune applicazione possono risultare meno aderenti alla sua realtà, specialmente se d'estrazione patrimoniale. Il suo processo di produzione poggia ad esempio la massima parte dei suoi cespiti sugli investimenti in beni immateriali invece che sugli investimenti fissi (terreni, immobili, impianti di produzione) o sull'acquisto e vendita di beni materiali che determinano il ciclo produttivo di tanti altri settori.


I risultati della struttura produttiva. Per questi motivi la valenza comparativa dei dati economici di bilancio, finanziari e gestionali, viene espressa principalmente nel perimetro del settore audiovisivo o in quello della stessa cinematografia, fra i suoi comparti e le sue classi di fatturato o di addetti, in operazioni di screening di determinati aspetti, sebbene risulti sempre più complesso di quanto si possa fare in altri ambiti industriali o dei servizi terziari, in cui prevalgono operazioni meccaniche di lavorazione, dimensioni fisiche dei prodotti, numeri di atti di vendita, quantità di prestazioni amministrative o commerciali fornite. Automatismi e ripetitività non appaiono congeniali al cinema e alla sua attività, al cui interno la stessa concentrazione delle fasi di ripresa e realizzazione può avere effetti benefici per l'abbattimento dei tempi di lavoro e dei costi, ma contrapporsi a determinanti aspettative di qualità delle opere.

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In alcuni casi il parametro più omogeneo resta quello di natura economica. In termini di produttività sono di diffuso riferimento il fatturato e il valore aggiunto per addetto (tavole 34 e 35), che sottolineano alcuni tratti già messi a fuoco sotto altri punti di vista, come i valori più alti per le società prive o con pochi addetti e quelli inferiori delle case di produzione rispetto alle aziende degli altri segmenti, tra cui la distribuzione primeggia in virtù di un volume d'affari inversamente proporzionale a quello di risorse umane necessario a svilupparlo.
Si denotano in sostanza le potenzialità degli operatori minori nel far leva sulle proprie prestazioni personali o su un ricorso minimo ad altre risorse umane per riuscire a esprimere un'efficienza di gestione per ogni unità attiva quasi all'altezza delle imprese di maggiori dimensioni.
Un punto d'osservazione alternativo è quello relativo al fatturato medio per azienda. Fra le case di produzione, così come fra i gestori dell'esercizio (seppure in forma più attenuata), la piccola dimensione è ampiamente preponderante e quindi la media del valore aggiunto resta a distanza dal livello individuato fra quelle di distribuzione. Per la stessa ragione è di risalto il largo margine che sul piano dei rendimenti medi separa le fasce dimensionali inferiori dalle classi con oltre 20, 50 o 250 addetti (tavola 36).

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Oltre che sotto il profilo dell'efficienza gestionale, i valori di produttività possono essere considerati sul piano dei livelli d'impiego e dei tempi di lavoro. Dalle rilevazioni Istat affiora per esempio la sostanziale uniformità di coordinate fra attività diverse (anche all'interno di uno stesso comparto), così come traspare quella delle ore lavorate all'anno da ogni addetto del cinema secondo la ripartizione per segmenti e classi dimensionali (tavola 37). I numeri più bassi, vicini a 1.550, corrispondono a poco più di 190 giorni lavorativi, mentre quelli più alti,prossimi a 1.690, indicano una media di circa 210 giornate di lavoro.

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Con il crescere della dimensione si riduce leggermente il monte ore sostenuto dagli addetti. Un fenomeno analogo si manifesta a livello di segmenti: i dipendenti delle società di distribuzione e proiezione – che agiscono direttamente nella diffusione del "prodotto",le prime sul canale dell'intermediazione (per così dire all'ingrosso) e le seconde nello sbocco finale al consumo (in pratica sul piano del commercio al dettaglio) – svolgono orari di lavoro superiori a quelli dei colleghi della post-produzione e ancor più di quelli della produzione.
A livello di comparto e dei quattro specifici segmenti d'attività, la ripartizione delle ore annue lavorate potrebbe essere assunta quale rappresentazione plastica della diversa durata delle fasi di realizzazione e lavorazione dei film prodotti ogni anno. La produzione esige tempi d'applicazione superiori di quasi nove volte a quelli richiesti per completare il cosiddetto editing delle opere e di dieci volte rispetto a quelli impiegati per organizzare l'adeguata circolazione delle opere verso il pubblico. Post-produzione e distribuzione sommano a loro volta tempi d'attività quasi pari soltanto alla metà di quelli "coperti" dall'esercizio con i suoi addetti. Traducendo meccanicamente i numeri di ore annue lavorate dai rispettivi segmenti in quote percentuali, si ottiene ad esempio (per il 2011) questa suddivisione: 60,98% produzione; 6,98% post-produzione; 5,72% distribuzione;26,32% esercizio.
In riferimento alla graduale discesa del monte ore lavorate nel corso degli anni, che si rileva in tutte le classi dimensionali, si possono inoltre considerare quali ulteriori fattori di condizionamento alcune evoluzioni trasversali all'apparato produttivo di tutti i settori e di relativo effetto: lo sviluppo tecnologico; le modificazioni del mercato del lavoro con una progressiva liberalizzazione dei rapporti e dei contratti di lavoro; le crescenti difficoltà del sistema economico e finanziario.
Le differenziazioni vertono solamente sui dati cumulativi e alla luce dei numeri di addetti attribuiti mediamente a ogni singola impresa e del rapporto di conversione delle ore lavorate in giorni lavorativi, i valori stanno a indicare due circostanze. Fra le unità di lavoro censite dall'Istat – specialmente nel campo della produzione – figurano persone che prestano la loro opera in regime di flessibilità (pur risultando statisticamente assunti in regime di dipendenza) e le medie così simili di ore per addetto sono in realtà frutto nell'ambito aziendale di un composito mix di apporti professionali.
Nell'ambito dello spettacolo censito dalla Gestione ex-Enpals il cinema è del resto il comparto che conta complessivamente la presenza maggiore di addetti (78.032 su un totale di 284.193, per un'incidenza percentuale pari al 27,46%) e anche il numero più alto di addetti – 18,56 – per impresa (tavola 38). È inoltre l'unico comparto in cui la quota di addetti rispetto al totale di tutto il settore (ossia di contribuenti iscritti all'ente pensionistico) è superiore alla quota relativa ai giorni lavorati nel corso dell'anno da tutti i suoi operatori professionali, che è a sua volta maggiore della quota di imprese che aderiscono al regime previdenziale. A dispetto di certe convinzioni pregiudiziali, il livello di produttività delle imprese di cinema resta elevato. Soltanto la galassia radio-televisiva conta una porzione percentuale di giornate lavorative annue più consistente (seppure di poco) di quella registrata nel sistema-cinema, ma la rappresentanza in termini di aziende e di prestatori d'opera è di circa tre volte inferiore.

 

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