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Report 2014
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Report 2013

1ª PARTE - LA POLITICA ISTITUZIONALE

2ª PARTE - IL MERCATO DELL'OFFERTA

3ª PARTE - LE RISORSE DEL SETTORE

4ª PARTE - L'INTERVENTO PUBBLICO

5ª PARTE - IL MERCATO DELLA DOMANDA

6ª PARTE - IL SISTEMA PRODUTTIVO

7ª PARTE - IL MERCATO DEL LAVORO

FOCUS

TESTIMONIANZE

FILM COMMISSION

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2013
Sesta Parte - IL SISTEMA PRODUTTIVO
IMPRENDITORI ATTIVITÀ E GESTIONE D'IMPRESA
Capitolo 11 - I risultati economici
Quanto valore produce il sistema cinema

Alla luce del breve trend delineato dai valori di produzione del comparto fra il 2008 e il 2011 sembra affiorare un'evoluzione di diversa natura. Dal momento che l'Istat ne ha avviato la rilevazione solamente a partire dal 2008, per un'eventuale verifica è necessario ricorrere al parametro più affine, relativo al fatturato (generato dalla produzione caratteristica delle aziende, cioè intrinseca all'oggetto specifico della loro attività, non comprensiva quindi di qualsiasi altra operazione o diversificazione produttrice di pro-venti come nel caso del valore della produzione).

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A campo d'osservazione e periodo di riferimento inalterati, i rapporti proporzionali fra le due diverse voci restano sostanzialmente costanti (tavole 6 e 7). La suddivisione del fatturato per segmenti d'attività profila invece la contrapposizione – seppure attraverso una serie di oscillazioni positive o negative, a volte anche di rilievo – fra l'andamento discendente delle imprese di produzione e quelli in progressiva ascesa delle società di distribuzione e di gestione dell'esercizio (tavola 8).
Nel corso del tempo i due segmenti che operano in via pressoché esclusiva sul mercato cinematografico hanno portato le loro quote di fatturato da poco più del 20% (2002) a oltre il 41% del 2011, percentuale peraltro di entità minore rispetto a quella raggiunta negli anni immediatamente precedenti. Si è invece contratta di conseguenza la quota di fatturato delle imprese di produzione, anche nel caso in cui la si integrasse con quella di pertinenza delle industrie tecniche di post-produzione, l'altro segmento del settore che comprende aziende che svolgono attività diversificate. Appare tuttavia difficile ricavare ulteriori elementi di analisi. Dando per scontata – sulla base dei dati del censimento Istat del 2011 – l'appartenenza all'industria del cinema delle 844 società di gestione dell'esercizio così come delle 259 case di distribuzione, per le 4.371 aziende del segmento di produzione e le 730 di quello di post-produzione è lo stesso numero a indicare la pre-senza al loro interno di operatori che non fanno necessariamente riferimento in via primaria al mercato cinematografico.
Nel quadro degli interventi per l'aggiornamento del regime fiscale degli studi di settore l'Agenzia delle Entrate ha effettuato (come riportato all'inizio del capitolo L'attività d'impresa)una rilevazione sui rispettivi core business e ha stimato alcuni valori indicativi: 833 imprese del primo segmento e 152 del secondo risultano attive in via prioritaria in ambito cinematografico e altre 273 (sempre del primo) in quello video, per un bacino specifico di 2.631 soggetti. Tuttavia il novero di quante svolgono attività diversificate e soprattutto la platea delle 2.642 aziende dei servizi di produzione (in particolare per quanto riguarda i produttori esecutivi e gli operatori delle unita di ripresa) sembrano rappresentare un alveo troppo ampio per escludere che siano in qualche misura parte integrante del comparto.


Le fasce dimensionali. Ulteriore elemento di considerazione può semmai essere l'evoluzione del fatturato secondo le fasce dimensionali delle imprese (tavola 9). Nel riscontro delle serie storiche si riflette – sia in valori assoluti sia in quote percentuali – la sostanziale tenuta (con qualche progressione di sviluppo) delle due classi che si pongono alla base della scala strutturale del comparto: le microimprese e le piccole imprese fino a 19 addetti. Ma si rispecchia anche la graduale discesa delle attività per quelle di medie dimensioni (da 50 a 249) e la perdita di incidenza della fascia più alta per l'uscita di scena di metà delle grandi aziende nel 2011.
Nel porre a confronto le due componenti considerate fondamentali in ogni tessuto industriale – piccole e piccolissime da un lato e medie e grandi dall'altro – si ricava un qua-dro probabilmente ancora più significativo (tavola 10).

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La bipartizione del tessuto industriale che forma il comparto cinematografico sottolinea quanto poco sia cambiata a tutti gli effetti la composizione della filiera produttiva in termini di operatori: le aziende fino a 20 dipendenti rappresentavano nel 2002 il 96,37% contro il 3,63% di quelle con più di 20 addetti e la composizione dei due cluster si è mantenuta pressoché intatta fino al 2011 con valori pari rispettivamente a 96,31% e 3,69%.A quanto è dato constatare risulta invece profondamente modificata la catena del valore dell'attività: nel 2002 alle micro e piccole imprese veniva attribuita una quota di fatturato rispetto al totale del comparto corrispondente al 16,40% contro l'83,60% assegnato alle medie e grandi imprese, invece nove anni dopo il contributo in ricavi da attività produttiva delle società minori arriva a segnare il 30,69% (con una crescita di quasi 1,9 volte) a fronte di una quota di quelle di caratura superiore scesa al 60,31%.


Le classi di fatturato. Scendendo nel dettaglio della ripartizione del fatturato medio secondo i segmenti d'attività e le classi dimensionali (tavola 11), si ha un responso a prima vista inequivocabile e che conferma le indicazioni iniziali fornite dall'analisi dei dati aggiornati fino al 2010 nella precedente edizione di questo Rapporto. Ossia che a perdere in grande misurala capacità di incidere sul totale del comparto in termini di proventi diretti dalla produzione sono state le società di piccole (da 20 a 49 addetti) e medie dimensioni (da 50 a 249) che in pratica dovrebbero rappresentare in proiezione i futuri incumbent nel nucleo delle aziende maggiori. Come indicano le stime sulle classi di fatturato relative al 2011, sono soltanto 22le società che superano la quota di 20 milioni di euro di ricavi rispetto alle 79 classificate nei due cluster delle medie e grandi imprese (tavola 12).

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Sembra mancare anche un nuovo e auspicabile flusso di piccole aziende verso l'approdo della "classe media", dal momento che il nocciolo delle piccole imprese con più di 20 addetti appare a sua volta nel corso degli anni pressoché statico, e sembrano non si aprano le prospettive necessarie a favorire la crescita di future new entries nella classe di media caratura. Il fatto è che proprio in questa fascia dimensionale si concentrano in massima parte le società dei due segmenti di produzione e post-produzione.
Sull'evoluzione di questa middle class hanno indubbiamente inciso anche alcune trasformazioni abbastanza radicali (e operativamente basilari, soprattutto sotto il profilo gestionale e organizzativo) dell'ultimo decennio: da una parte lo sviluppo dei processi tecnologici e dall'altra invece la profonda involuzione del mercato dei capitali, prima causa della crisi economica che ha segnato la prima decade degli anni Duemila, colpendo al cuore principalmente, proprio per le loro caratteristiche strutturali, le imprese medio-piccole di tutti i settori – e ancor più quelle di determinati comparti – per quanto riguarda in particolare la raccolta finanziaria necessaria ad alimentare il ciclo degli investimenti.

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Un'altra griglia di scomposizione del fatturato è costituita dalla suddivisione a livello regionale e anche questa rilevazione pare offrire, seppure indirettamente, altri riscontri all'involuzione vissuta dalle imprese di taglia medio-piccola (tavola 13). Nell'arco degli ultimi quattro anni le variazioni in termini di ricavi registrano i saldi negativi più pesanti nelle aree territoriali con la maggiore densità di unità produttive delle classi dimensionali comprese fra 20 e 249 addetti: Lazio e Lombardia con le due città guida del cinema nazionale, Roma e Milano (tavole 14 e 15).
Un altro dei parametri più diffusi per analizzare il processo produttivo di un'azienda sotto i profili sia quantitativi sia qualitativi è il valore aggiunto, che rappresenta l'incremento di valore che l'attività della società apporta – attraverso i propri fattori produttivi, ossia i capitali, il lavoro e la gestione imprenditoriale – al valore di beni e servizi, propri o acquisiti dall'esterno, nel momento della loro diffusione sul mercato1.

1Il valore aggiunto aziendale è ottenuto sottraendo l'ammontare dei costi per acquisti dal totale dei ricavi. I primi comprendono i cosiddetti acquisti di beni o servizi per godimento terzi, ossia i consumi netti per acquisti di materie prime e per prestazioni di servizi e lavorazioni esterne, oltre ai diversi oneri collegati alla loro gestione. I secondi contengono il valore del fatturato lordo, le variazioni delle giacenze di prodotti finiti, semilavorati o in corso di lavorazione, gli incrementi delle immobilizzazioni per lavori o produzioni interni e i ricavi accessori di gestione (collegati alle eventuali prestazioni – lavorazioni o servizi – effettuate per conto terzi). Nell'elaborazione dei conti economici nazionali, il calcolo del PIL, il prodotto interno lordo, ossia il valore delle attività economiche svolte nel Paese in un anno, avviene sulla base di tre elementi essenziali – la produzione di tutte le imprese, la spesa delle famiglie, le spese della pubblica amministrazione – e il primo dei tre dati è ottenuto sommando proprio il valore aggiunto di tutte le aziende nazionali.

 

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