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1ª PARTE - LA POLITICA ISTITUZIONALE

2ª PARTE - IL MERCATO DELL'OFFERTA

3ª PARTE - LE RISORSE DEL SETTORE

4ª PARTE - L'INTERVENTO PUBBLICO

5ª PARTE - IL MERCATO DELLA DOMANDA

6ª PARTE - IL SISTEMA PRODUTTIVO

7ª PARTE - IL MERCATO DEL LAVORO

FOCUS

TESTIMONIANZE

FILM COMMISSION

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
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Prima Parte - LA POLITICA ISTITUZIONALE
Capitolo 1 – La Conferenza Nazionale del Cinema
Direzione Generale per il Cinema - MiBACT
Il sistema industriale dell’audiovisivo

Il tavolo 1 ha affrontato il tema Cinema: industria culturale.
La discussione si è sviluppata intorno alle seguenti domande: 1) Cosa rende il settore un'industria? 2) Quali sono le peculiarità di un'industria culturale? 3) Come si pone l'europa riguardo a questa bivalenza? 4) Quali strategie editoriali per valorizzare il prodotto?

Il tavolo si è inoltre confrontato sul tema cruciale dell'occupazione nell'industria cinematografica e audiovisiva.
I temi affrontati in questo tavolo si intersecano inevitabilmente con quelli discussi, pur da punti di vista diversi, negli altri due tavoli, di cui si relaziona nei capitoli successivi.


Contesto: l'assetto del mercato

Come negli altri Paesi europei, in Italia il sistema audiovisivo ruota intorno alla televisione. il nostro sistema industriale muove risorse economiche complessive nell'ordine dei 10 miliardi di euro l'anno (canone, pubblicità e altri ricavi commerciali, risorse pubbliche). In Francia sono 12 miliardi e nel Regno Unito 19 miliardi.
In Italia, secondo molti osservatori, abbiamo una ridondanza di canali TV free e generalisti, ben sette, che assorbono – spesso in misura poco efficiente – buona parte delle risorse del sistema per coprire i loro consistenti costi di struttura. tale situazione rende precario l'equilibrio economico della TV free e deprime la crescita della pay tv che, unico caso nel mondo, in Italia non genera profitti da reinvestire.
Le sette reti, i "sette nani", fanno capo a due editori "grandi" e uno "piccolo". i due maggiori gruppi, in sofferenza cronica, investono poco e sempre meno in nuova produzione,ma hanno generato nel tempo un numero notevole di canali minori, alla cui programmazione destinano solo prodotto d'acquisto. tutto il sistema televisivo non è quindi profittevole e vincola a valle il sistema della produzione nazionale, sia di cinema sia di audiovisivo non cinematografico.
Questa struttura ormai consolidata del sistema televisivo porta a diverse conseguenze.

  1. In primo luogo, gli editori maggiori investono in poche grandi produzioni nazionali destinate ai soli canali principali, che hanno identico target, tendenzialmente adulto, sedentario, di livello socio-economico medio/basso e poco propenso all'innovazione.
    Quindi il commissioning di prodotto, che esaurisce la dotazione annuale, è di genere,linguaggio, contenuto mainstream. Nello specifico, si tratta del genere commedia nel cinema e di mélo in televisione.
  2. In secondo luogo, il blocco distributivo derivante dal duopolio (in TV come nel cinema) opera su tutta la filiera distributiva, impedendo la formazione di un prezzo specifico per ogni tipo di licenza e incamerando di default tutti (prodotto TV) o quasi (prodotto cinema) i diritti di sfruttamento, indipendentemente da quanto effettivamente utilizzato o utilizzabile dall'editore televisivo.
    Nella sottovalutazione del prezzo del diritto tipico – l'antenna – e nell'assenza di regole che limitino l'acquisizione dei diritti da parte dei gruppi televisivi si crea la distorsione iniziale. Che porta in ultima analisi a una forma di forfettizzazione dell'importo che l'emittente rende disponibile per la produzione, a fronte della richiesta – non trattabile – di acquisire quote significative della proprietà dell'opera e di gestirne la commercializzazione in tutte le sue forme. il nanismo del sistema TV induce quindi al nanismo dei fornitori di prodotto, che non possono accrescere library, patrimonio e capitale proprio e sono chiamati a realizzare un genere di prodotto uguale nel tempo. a questo si aggiunge il fatto che il gruppo televisivo privato tende per lo più a produrre direttamente, o attraverso proprie controllate, i contenuti di cui ha bisogno, escludendo dalla competizione la produzione indipendente in senso stretto.
  3. La terza conseguenza riguarda il principale player della tVa pagamento: mentre in tutto il mondo la pay tv è quella che investe in serialità a vocazione internazionale e in contenuti innovativi (premium), in Italia non investe in produzione locale quanto sarebbe possibile in condizioni diverse. in Italia non sono peraltro ancora presenti o vicini altri tipi di distributori audiovisivi (ad esempio, Netflix) che possano iniettare nuove energie economiche e creare competizione e quindi nuova domanda di contenuto originale.

Dal punto di vista dei contenuti, quindi, la varietà di prodotto in Italia non è richiesta.Questo deprime la creatività e la possibilità di innovare i processi, inclusa la formazione degli stessi autori, cui è richiesto di riprodurre schemi già noti e che non sono stimolati a cercare nuove idee o a essere propositivi, anche perché impossibilitati a partecipare economicamente ai risultati del loro lavoro. La dimensione puramente domestica del pubblico mainstream spinge a un ripiegamento conservativo. C'è invece una domanda di realtà, da una parte, e di nuovi stili e linguaggi di narrazione, dall'altra, testimoniata dall'aumento di consumo audiovisivo generale ma non intercettato dall'offerta televisiva italiana. Gli stessi operatori consumano individualmente un genere di contenuto che non producono (serialità straniera).
In sintesi, in assenza di un mercato libero di vendita del prodotto, la propensione all'innovazione delle imprese di produzione è azzerata. il circolo vizioso riduce l'appeal del prodotto cinema e TV verso il nuovo pubblico, che migra verso forme di intrattenimento audiovisivo diverso, portando con sé i ricavi commerciali, in un circolo vizioso tendenzialmente autodistruttivo.

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L'occupazione

Malgrado il contesto economico generale non positivo, nel corso degli ultimi 12 anni il settore audiovisivo ha comunque generato una crescita di addetti, a differenza di altri settori economici, la maggior parte dei quali denuncia un calo generalizzato nell'occupazione, in particolare giovanile.
Oggi sono circa 100 mila gli addetti rilevati con la metodologia tradizionale nei settori dell'industria e dei servizi, inclusa la radiotelevisione (25 mila). Confrontato con la moda,settore considerato trainante per l'economia e l'export del nostro Paese, l'audiovisivo dimostra un valore della produzione per addetto superiore (100€ vs 84€). Malgrado il fatto che il 50% degli addetti del cinema non abbia al proprio attivo più di 6 giorni di lavoro in media all'anno, con una retribuzione media inferiore a 3.000 euro/anno.
Va tuttavia rilevata in questo settore una storica carenza di dati e studi legati all'occupazione tipica, caratterizzata da alta flessibilità, stagionalità del lavoro, contratti collettivi atipici e forte domanda di figure specializzate, non inquadrabili perfettamente nelle metodiche classiche. È un'industria che non ha saputo trovare una chiave di lettura delle proprie dinamiche occupazionali svincolata dai canoni dei settori popolati da imprese con organizzazioni di dimensioni stabili.
Altro elemento da tenere in considerazione è la forte presenza di imprenditori/lavoratori,figure non inquadrabili negli schemi di analisi del lavoro dipendente e non integrate nelle rilevazioni statistiche.

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Il tema dell'accesso

La situazione di blocco del sistema, evidenziata in origine, impedisce la nascita di nuovi autori, di nuovi produttori, di nuovi talenti, che non trovano canali di sbocco in Italia e non hanno risorse per investire su progetti internazionali. Chi lo fa, non riesce a uscire da una dimensione economica di piccola o micro impresa. Non esistono fondi di investimento specializzati o soggetti terzi rispetto alla TV che sostengano le nuove imprese e i nuovi autori. il prodotto nazionale non circola all'estero e ha scarsissimo accesso a mercati internazionali che storicamente hanno dimostrato interesse per il prodotto italiano.

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Il coordinamento e la gestione amministrativa

La mancanza di un piano strategico nazionale sull'audiovisivo si riflette sulla dispersione delle competenze e dei centri decisionali, nessuno dei quali è in grado di influire direttamente sull'evoluzione globale del sistema, pur presentando eccellenze settoriali. L'esigenza di una razionalizzazione è emersa lungo tutto il percorso della discussione,mettendo in evidenza la domanda di una politica complessiva su tutto il settore.Le proposte emerse in questo ambito, per coerenza di esposizione, sono riportate più avanti, nel capitolo relativo alla discussione sviluppatasi al tavolo 3, paragrafo "Proposte sul tema governance e rapporto Stato-Regioni".


L'investimento dello Stato

Il tavolo di lavoro ha ribadito che l'investimento dello Stato va affrancato dal rischio di essere considerato spesa improduttiva. È emersa la necessità di un migliore orientamento dei sostegni economici – a partire dai limiti degli attuali criteri di selezione – e del perfezionamento e attualizzazione di un sistema che mostra segni di invecchiamento.
Le proposte emerse in questo ambito, per coerenza di esposizione, sono riportate più avanti, nel capitolo relativo alla discussione sviluppatasi al tavolo 3, paragrafi "Proposte sul tema internazionalizzazione: come migliorare la qualità del prodotto e renderlo esportabile" e "Proposte di correttivi di dettaglio alla normativa vigente".


Il pubblico e i consumi

Il pubblico si sta orientando verso un consumo diverso da quello del passato. il consumo individuale prevale su quello collettivo. Significa quindi che la domanda attuale va intercettata in modo diverso. L'incontro di un'offerta di prodotto nazionale con la domanda nazionale di prodotto AV porterebbe valore economico anche per lo Stato.

 

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