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1ª PARTE - L'INDUSTRIA E IL MERCATO

2ª PARTE - L'ATTIVITA' D'IMPRESA

TESTIMONIANZE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
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Seconda Parte - L'ATTIVITA' D'IMPRESA
IMPRENDITORI ARTISTI E TECNICI
Capitolo 7 - Il mercato del lavoro
12. Perché le società sembrano scudi fiscali

Si può rilevare come il reddito d'impresa o di lavoro autonomo in rapporto ai ricavi o compensi dichiarati (pari al 61,75% per tutti i 4.402 contribuenti censiti) passi dal 79,08% delle 4.039 persone fisiche al 22,93% delle 74 società di persone e scenda addirittura al 2,56% per le 288 società di capitali. Appare peraltro sintomatico che nell'ambito dei contribuenti in veste di persone fisiche questo rapporto si mantenga relativamente costante fra le diverse classi reddituali: nel caso dei soggetti con oltre 30mila euro di proventi - pari all'81,39% - risultando anche migliore di quello (73,57%) riscontrabile nella fascia sotto i 30mila euro (tavola 42) e in grado perfino di posizionare a livelli di "sostenibilità" pure il dato aggregato con le società e gli enti portandolo a quota 67,04% (tavola 44). In capo a questi ultimi soggetti, il quoziente di redditi denunciati rispetto ai ricavi dichiarati si riduce drasticamente adagiandosi sul 24,25% per le società di persone e precipitando nel 2010 al 4,82% per enti e società di capitali, che fanno segnare i valori più bassi in assoluto degli ultimi cinque anni.

Il sensibile divario fra ricavi e redditi nelle dichiarazioni delle società diventa ancora più rimarchevole confrontando le denunce giudicate in linea con i parametri degli studi di settore di categoria - i dati definiti "congrui naturali" o "per adeguamento" (da parte degli stessi contribuenti, in adesione alle indicazioni dell'Agenzia delle Entrate) - con quelle invece che non rispondono, secondo la definizione appropriata, agli indicatori di normalità economica fissati dall'amministrazione tributaria e considerate "non congrue" o "non adeguate". A fronte degli scompensi abbastanza limitati che si registrano per i soggetti a titolo di persone fisiche, dove il rapporto fra redditi e ricavi non scende mai sotto il 50%, nemmeno per le posizioni valutate non congrue, in capo alle società di persone e di capitali i già bassi valori riscontrati per quelle congrue si frazionano ancor più vistosamente per le "cartelle" valutate non adeguate, diventando anche in alcuni casi del tutto negativi (tavola 43).

Non appare tuttavia possibile percepire fino a che punto a incidere sul livello dei proventi e sulla redditività delle attività degli operatori siano le "naturali" difese da una tassazione oggettivamente pesante (soprattutto sulle prestazioni da lavoro) piuttosto che la contrastata situazione economica degli ultimi anni, l'andamento in sofferenza del settore o una cattiva gestione professionale. Nei consuntivi del Dipartimento delle Finanze sono fra l'altro riportati solo i numeri totali delle dichiarazioni aderenti agli studi di settore e non viene indicata per esempio la scomposizione relativa alle dichiarazioni congrue oppure no, secondo le diverse forme giuridiche dei contribuenti. Non si ha quindi modo di valutare l'evoluzione dei diversi valori nel corso del tempo e delineare le condizioni che possono averne influenzato il trend, al di là delle agevolazioni perseguibili con opportuni e strumentali "scudi fiscali".

OCCUPAZIONE GIOVANILE E PARI OPPORTUNITÀ

La valutazione delle classi reddituali induce inevitabilmente la focalizzazione del discorso sulla ristretta fascia di attori e registi che si pongono ai vertici della professione. Si tratta di un'inquadratura che è in aperta contrapposizione all'altro, principale focus cui conduce qualsiasi analisi del mercato del lavoro del cinema: l'estrema popolosità proprio della categoria attoriale. Nessun altro gruppo professionale, nell'intero settore dello spettacolo, vanta infatti tanti soggetti e quindi un novero così numeroso di operatori impegnati fin dai primi passi della loro carriera a conseguire gli stessi range di reputazione e remunerazione, in condizioni di competitività e concorrenzialità che è possibile forse intravedere in un solo altro comparto, quello musicale, fra i cantanti e i musicisti agli inizi della loro attività.

Il 90% di chi lavora nel cinema ha meno di 53 anni. Quello cinematografico resta in ogni caso un universo dai riferimenti e dalle referenze del tutto particolari. Il settore dello spettacolo conta il maggior numero in assoluto di ventenni, oltre che di under 23 e 27, la cui compagine è formata addirittura da 13.607 unità. In base ai dati della Gestione ex Enpals, il settore ha visto anche ridursi nel 2011 da 24 a 23 anni l'età del 20% dei più giovani dei suoi addetti - sono 9.071 - con un riflesso che si è proiettato sulla quasi totalità della popolazione professionale (75.218 su 83.575) la cui età è scesa da 54 a 53 anni (tavola 45).

Si tratta dell'unico "ringiovanimento" registrabile fra tutti i comparti dello spettacolo e di conseguenza nell'intero complesso di contribuenti attivi del macrosettore. In generale si rileva anzi una certa maturazione della popolazione globale dello spettacolo, che vede elevarsi da 21 a 22 l'età del primo decile e da 34 a 35 gli anni d'età del suo 50% più giovane.

La disparità economica costa alle donne il 29%. In questo scenario si inserisce anche la distribuzione per genere delle risorse umane. Nella documentazione statistica elaborata dall'ente previdenziale non risulta disponibile una suddivisione per comparti delle forze lavoro tra maschi e femmine e occorre affidarsi alla ripartizione generale riguardante l'intero macrosettore dello spettacolo. Estrapolando i gruppi professionali nei quali i contribuenti attivi del cinema compongono la rappresentanza maggioritaria, è possibile rilevare comunque la disparità di trattamento sotto il profilo economico che separa uomini e donne, con un differenziale nella retribuzione media giornaliera - riflessa dai livelli d'impiego e all'origine poi dei rispettivi redditi annui da lavoro - che sfiora in generale il 29% a sfavore del sesso femminile, con la sua punta massima in regia e sceneggiatura dove il dislivello tocca il 57,20% (tavola 46).

In realtà, i soggetti femminili sono quasi il 15% in meno di quelli maschili. Le mancanze di pari opportunità traspaiono tuttavia dall'analisi delle rispettive fasce di età dei generi. Fino a 24 anni - cioè nell'ambito in cui risultano più intensi i fenomeni di overbooking nella disponibilità di addetti e di parcellizzazione delle occupazioni - le donne, soprattutto nella fascia 20-24 anni, sono più numerose dei maschi: 28.438 (9,65%) contro 26.914 (9,13%).
Tra i 24 e i 29 anni, quando il lavoro si pone spesso in alternativa a una diversa scelta di vita, la parte femminile della comunità professionale perde invece la sua prevalenza e passa in minoranza rispetto a quella maschile, con una differenza che cresce progressivamente fino a raggiungere il suo apice (+5,29%) nel range 40-49 anni, secondo un andamento altalenante che passa dallo scarto di +4,12% in capo ai trentenni a quello di +4,06 nella classe dei cinquantenni (tavola 47).

Oltre la soglia del mezzo secolo la componente femminile trova però ancora meno spazio e opportunità di lavoro di quanto venga concesso ai colleghi maschili: meno della metà fino a 60 anni e quasi un terzo fino a 70. Soltanto oltre quota 75 anni il differenziale recupera qualche punto a favore delle donne, in virtù anche del fatto che la vitalità (con la connaturale attività) delle donne permane, nello spettacolo come in tutti gli altri ambiti della vita, decisamente superiore a quella degli uomini.

 

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