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1ª PARTE - L'INDUSTRIA E IL MERCATO

2ª PARTE - L'ATTIVITA' D'IMPRESA

TESTIMONIANZE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
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Seconda Parte - L'ATTIVITA' D'IMPRESA
IMPRENDITORI ARTISTI E TECNICI
Capitolo 6 - Il sistema produttivo
11. Non è solo una questione di dimensioni

Si può considerare ovvio il fatto che la concentrazione di società di maggiori dimensioni inneschi livelli superiori di occupazione e sfoci in ricavi d'importo più consistenti. Altrettanto scontata appare la connessione che lega in simbiosi l'articolazione della politica gestionale e produttiva delle imprese più integrate con le logiche di mercato, sotto la prospettiva della diffusione e della penetrazione dei prodotti. In particolare quando nei centri nevralgici del comparto operano anche i gruppi leader e soprattutto quelle major che sono in assoluto i top player a livello internazionale.
Proprio per questo non si deve tuttavia trascurare la corretta chiave di lettura del processo imprenditoriale. Sono le strategie e le compatibilità organizzative e gestionali a rafforzare e consolidare la struttura delle aziende, alimentandone lo sviluppo e la crescita di dimensioni; non il contrario. Fatta salva la circostanza che durante e lungo il percorso di accrescimento (quando lineare e positivo nella sua evoluzione) si affianca di norma alla contestuale maturazione - sia finanziaria e amministrativa sia produttiva e di presenza sul mercato - anche l'opportunità di affinare e assimilare sempre nuovi strumenti e competenze, elevando così il livello della qualità operativa e della competitività che sostanziano nelle sue diverse fasi la progressione stessa del consolidamento.

Se l'arte è il fine e l'impresa solo un mezzo. Il problema è che l'attività cinematografica contempla peculiarità non del tutto comuni nel mondo imprenditoriale, al punto da generare talvolta fraintendimenti prospettici. Come fa intendere la sintetica definizione del regista Sergio Rubini riportata all'apice del capitolo (e tratta dall'intervista di Camilla Bernacchioni Rubini si rifà vivo. Con coraggio, apparsa su «left» del 27 aprile 2013), il cinema ha una doppia personalità e, oltre ad avere praticamente vita autonoma, la sua anima creativa esercita spesso un ruolo predominante su quella imprenditoriale. Quasi che il risultato artistico sia il fine (e in parte è vero, è uno degli obiettivi della mission) mentre gli asset societari - compresi i capitali d'investimento - siano soltanto un mezzo, uno strumento casuale.

Un problema doppio. Alle difficoltà intrinseche dell'apparato produttivo nel suo processo di crescita si sovrappongono poi carenze endemiche del sistema Paese, per quanto riguarda sia le condizioni operative dell'industria in generale - e in primis del suo accesso al mercato dei capitali - sia l'ambito competitivo che vede il cinema confrontarsi al proprio interno con altri comparti dei media e dello spettacolo (alcuni dei quali beneficiano oltretutto di storiche posizioni di favore) e all'esterno con uno scenario che vede alcuni competitors europei agire in un contesto di incentivi, agevolazioni e supporti nazionali in grado di spostare gli equilibri operativi. Specialmente in tempi di feroce concorrenza dentro e fuori le mura di mezzi e circuiti alternativi, innescata dallo sviluppo delle tecnologie digitali e dalla rete del web.

LA SOCIETÀ E GLI ASSET GESTIONALI
La definizione del quadro complessivo in cui si muove l'impresa di cinema serve a valutarne l'effettivo stato di salute, anche se le operazioni di analisi attraverso dati statistici e indici economici presentano due handicap oggettivi. Il primo è di ordine temporale. Le rilevazioni Istat più tempestive si fermano al 2010 e quelle dell'Agenzia delle Entrate al 2011: sono quindi utili a delineare l'andamento delle aziende nei primi anni durante i quali si è manifestata l'involuzione che ha colpito l'economia di molti Paesi - a partire dal 2008 e dalla maggioranza delle nazioni europee - ma non consentono di entrare nel merito delle eventuali ripercussioni provocate dall'aggravarsi delle difficoltà all'inizio del 2011, quando si è percepito che la lunga fase recessiva stava ormai passando allo stato di profonda crisi.

Ma il film non è un manufatto. Il secondo elemento d'influenza deriva dalla natura stessa delle rilevazioni. I conti economici dell'Istat discendono da un'impostazione classica dell'analisi economica delle attività imprenditoriali, che privilegia in un'ottica manifatturiera le caratteristiche fisiche e dimensionali delle aziende in alternativa ai valori di bilancio attinenti alla struttura finanziaria e patrimoniale e alla loro effettiva redditività. Dati non solo altrettanto importanti, ma ancora più significativi ai fini della valutazione del reale andamento delle imprese stesse, ma anche dei loro settori d'appartenenza e del sistema produttivo nel suo complesso. Non è contemplata per esempio alcuna registrazione dei risultati d'esercizio, ossia degli eventuali utili o passivi che all'ultima riga dei rendiconti economici tracciano il bilancio finale dell'attività alla conclusione di ogni anno.

Soltanto dopo l'adozione della nuova classificazione Ateco 2007 sono stati introdotti, secondo il regolamento comunitario, due indicatori relativi al valore della produzione (che integrano quello riferito al fatturato cosiddetto caratteristico) e al Mol, il Margine Operativo Lordo, con cui si misura la capacità da parte delle società di creare reddito. La ricostruzione di serie storiche significative si limita pertanto a un solo prospetto, con il numero ridotto di voci parzialmente rappresentative della gestione societaria (tavola 41). Va ricordato per esempio che non sono considerati lavoratori dipendenti i titolari di contratti di collaborazione coordinata o continuativa e - come nel caso dei cast artistici, di autori e tecnici di scena - a progetto, per cui il costo del personale è calcolato sulle spese (al lordo di tutti gli oneri e contributi sociali e di ogni indennità supplementare) sostenute per i soli occupati diretti, assunti a tempo indeterminato o determinato.

Diversi anche dalla TV.
Rispetto a questo profilo d'ordine generale delle rilevazioni Istat, il comparto cinematografico sconta per la sua particolare fisionomia ulteriori condizionamenti. Per quanto riguarda i fattori della produzione, il cinema è infatti per antonomasia proprio un apparato ad intensità tanto alta di capitale d'investimento quanto bassa di lavoro diretto, dal momento che quasi tutto il personale artistico e tecnico viene impiegato a progetto, ossia per la realizzazione di ogni singolo prodotto. La sua imprenditorialità, legata peraltro a doppio filo ai contenuti artistici e creativi delle opere, è inoltre sempre più spesso disgiunta dalla titolarità e dall'apporto diretto di capitali messi al servizio dell'attività. Di conseguenza alcuni indicatori - specialmente d'estrazione patrimoniale (già pochi di per sé) e occupazionale - di comune applicazione all'area più vasta dell'industria manifatturiera non aderiscono adeguatamente a un alveo così specifico come quello del cinema.

Sono altri gli investimenti che contano. Per quanto concerne poi il processo di produzione, la cinematografia poggia la massima parte dei suoi cespiti sugli investimenti in beni immateriali attraverso l'acquisizione dei diritti legati alla commercializzazione delle opere stesse invece che su investimenti fissi (terreni, immobili, impianti di produzione) o sull'acquisto e vendita di beni materiali, quali macchinari, materie prime e manufatti prodotti: investimenti e beni che determinano ovviamente il ciclo produttivo di tanti settori industriali e pertanto ricorrono nei conti dell'Istituto nazionale di statistica, ma che nel caso del cinema rivestono un'incidenza assai relativa e non appaiono idonei a costituire valide unità di misura. Ricoprono una qualche valenza soltanto nel segmento dell'esercizio, che basa la sua operatività sugli impianti di proiezione ed è impegnato da alcuni anni nel passaggio epocale dalla pellicola su celluloide alla tecnologia digitale, investendo centinaia di milioni di euro per dotarsi delle nuove apparecchiature.

PRODUTTIVITÀ
Anche parlare di produttività in campo cinematografico è abbastanza complicato e senza dubbio molto più complesso di quanto si possa fare in altri settori industriali e di servizi, dove prevalgono operazioni meccaniche di lavorazione e dimensioni fisiche dei prodotti o il numero di prestazioni fornite piuttosto che di pratiche evase. Automatismi e ripetitività non appaiono congeniali al cinema e alla sua attività produttiva, infatti la stessa concentrazione delle fasi di ripresa e realizzazione può avere effetti benefici per l'abbattimento dei tempi di lavoro e dei costi, ma rimanendo sempre contrastante con le determinanti aspettative di qualità delle opere.
Il parametro forse più omogeneo è quello di natura economica, ossia il fatturato per addetto (tavola 42), che viene utilizzato di solito al servizio di confronti fra ambiti circoscritti (ad esempio fra diretti concorrenti) e che nel comparto cinematografico sottolinea alcuni tratti già messi a fuoco sotto altri punti di vista, come i valori più alti per le società senza o con pochi addetti e inferiori per le case di produzione rispetto alle aziende degli altri segmenti, dove la distribuzione primeggia in virtù di un volume d'affari inversamente proporzionale a quello di risorse umane necessario a svilupparlo.

Tempi di lavoro troppo simili. Un dato davvero singolare scaturisce invece dalle statistiche basate su un'unità di misura di tipo tradizionale, cioè proprio sul fattore tempo d'ascendenza tayloristica che da decenni pervade l'organizzazione del lavoro in tanti settori, compresi quelli di ultima generazione legati alle nuove tecnologie informatiche e di comunicazione10.
Le rilevazioni Istat in effetti attengono strettamente al personale dipendente - e quindi assimilato per certi versi nelle condizioni di lavoro da un'estesa contrattazione nazionale -, ma non è usuale trovare una sostanziale uniformità di coordinate fra attività diverse (anche all'interno di uno stesso comparto), come infatti traspare dalle ore lavorate all'anno da ogni addetto del cinema secondo la ripartizione per segmenti e classi dimensionali (tavola 43). I numeri più bassi, vicini a 1.580, corrispondono a poco più di 192 giorni lavorativi, mentre quelli più alti, prossimi a 1.690, indicano una media di circa 210 giornate di lavoro.

Si produce con un mix di apporti. Le differenziazioni vertono solamente sui dati cumulativi. Le case di produzione coprono il 68,29% di tutto il tempo lavorativo del comparto, contro il 5,95% di quelle di distribuzione, il 20,60% dei gestori dell'esercizio e il 5,16% delle aziende di post-produzione.

Per le prime si conta inoltre una media di 6.691 ore lavorate all'anno, mentre per le società distributive e di proiezione si sale rispettivamente a 9.007 e 9.751 e per quelle di post-produzione si scende a 2.661.
Si tratta di valori che alla luce dei numeri di addetti attribuiti mediamente a ogni singola impresa (tavola 26) e del rapporto di conversione delle ore lavorate in giorni lavorativi (sempre inferiori alle giornate feriali dell'anno solare) stanno a indicare due circostanze. Fra le unità di lavoro censite dall'Istat - specialmente in produzione - figurano persone che prestano la loro opera part-time o con contratti di formazione (in entrambi i casi gli occupati risultano statisticamente assunti in regime di dipendenza). Di conseguenza le medie così simili di ore per addetto sono in realtà frutto nell'ambito aziendale di un composito mix di apporti professionali.
A dispetto di certe convinzioni pregiudiziali, il livello di produttività delle imprese di cinema resta comunque elevato. Lo dimostra il fatturato per addetto, che si posiziona su standard di tutto rispetto nel panorama imprenditoriale, e lo conferma il confronto con le altre principali attività dello spettacolo come musica, teatro e radiotelevisione (tavola 44). Le sue quote di imprese, di addetti e di addetti per impresa sono le più consistenti e solamente nella somma dei giorni lavorati al suo interno è secondo - di un soffio - al comparto radiotelevisivo, che opera tuttavia con una stabile pianta organizzativa, impegnata a diffondere i suoi programmi senza soluzione di continuità 24 ore su 24.

L'EFFICENZA DI GESTIONE
Uno dei parametri più diffusi per analizzare il processo produttivo di un'azienda sotto i profili sia quantitativi sia qualitativi è il valore aggiunto (identificato normalmente con la sigla VA), cosiddetto perché rappresenta l'incremento di valore che l'attività della società apporta - attraverso i propri fattori produttivi, ossia i capitali, il lavoro e la gestione imprenditoriale - al valore di beni e servizi, propri o acquisiti dall'esterno, nel momento della loro diffusione sul mercato (tavola 45).
Non a caso in campo industriale si parla di processi (e anche di prodotti) di trasformazione, ossia delle fasi che portano dalle materie prime ai prodotti finiti, e di dimensioni dell'integrazione verticale, cioè della tendenza o meno delle aziende a compiere al proprio interno tutte le operazioni di lavorazione e commercializzazione del prodotto piuttosto che comprare semi-lavorati o componenti già manufatti per poi assemblarli, rifinirli o confezionarli in proprio, oppure acquistare tutta la produzione già ultimata da sub-fornitori e limitarsi poi alla sua immissione sul mercato11.

Quanto pesano gli acquisti di beni e servizi. Alle case cinematografiche l'integrazione verticale non fa certo da denominatore comune, anche se gli storici studios di Hollywood vi hanno improntato a lungo la matrice dei loro modelli organizzativi, e dal valore aggiunto si ricava quindi una dimensione della loro efficienza, in quanto all'acquisto di beni o servizi corrispondono le poste di bilancio in assoluto più rilevanti di tutto il loro conto economico (senza peraltro che nei rendiconti ne venga presentata, nella larga maggioranza dei casi, una puntuale scomposizione con specifiche attribuzioni di pertinenza alla loro origine).

Come mostrano i dati (tavola 41), lungo tutto il periodo 2002-2010 nel segmento della produzione la quota dell'acquisto di beni e servizi si attesta fra il 66,7% e l'80,0% dei ricavi; nelle attività di post-produzione (ultimi tre anni) fra il 64,9% e il 73,6%; per le case di distribuzione fra l'89,0% e il 92,0%; per le società dell'esercizio fra l'80,0% e l'83,5%. Tutto il comparto nel suo insieme fa segnare un'incidenza compresa, nel corso dei nove anni, fra il 68,1% e l'80,1%, a eccezione del triennio iniziale 2002-2004 quando le percentuali complessive si erano fermate al 51,1%, al 58,7% e al 62,6%.
In rapporto al fatturato - su cui è calcolato appunto il valore aggiunto - l'incidenza ricorrente degli acquisti risulta tanto elevata (e pure altalenante) da apparire disomogenea rispetto alle misure standard di molti altri comparti e settori. Anche per questo, eventuali confronti fra le dimensioni del valore aggiunto sono proponibili principalmente a titolo indicativo (tavola 46).

Dentro i confini del comparto le dimensioni del valore aggiunto generato dalle aziende costituisce un parametro cui raramente si fa riferimento, ma resta un indicatore funzionale a dare un volto all'efficienza gestionale nell'ambito di tutta una struttura d'impresa specifica, soprattutto se commisurato in base ai segmenti di attività e alle diverse classi di addetti (tavola 47).
In merito al comparto cinema emerge in particolare la capacità di creare valore da parte della classe da 20 a 249 addetti, che da sola costruisce il 40% del valore aggiunto generato dal totale degli operatori, ma anche l'insospettabile apporto delle società di fascia più bassa, da 0 a 9 addetti, che pur in un trend "sismografico" si mantiene intorno a una media del 20%.

Un valore aggiunto a modalità variabile. Ancor più del dato in termini monetari e delle relative quote nella formazione del valore aggiunto complessivo, un indice valido a valutare l'efficienza gestionale delle società dei quattro segmenti e delle diverse classi è poi espresso dal rapporto tra fatturato e valore aggiunto (tavola 48).

Nella loro alternanza i coefficienti rispecchiano, per la profondità dei reciproci scostamenti, la stagionalità che contraddistingue l'attività cinematografica; tuttavia in linea di continuità confermano in generale la capacità di creare valore da parte delle società. Il rendimento è ovviamente legato alle diverse tipologie di attività svolte dalle aziende dei quattro segmenti e alla struttura organizzativa che vi si riscontra (tavola 49). Fra le case di produzione, così come fra i gestori dell'esercizio (seppure in forma più attenuata), la piccola dimensione è ampiamente preponderante e quindi la media del valore aggiunto resta a distanza dal livello individuato fra quelle di distribuzione. Per la stessa ragione è di risalto il largo margine che sul piano dei rendimenti medi separa le fasce dimensionali inferiori dalle classi con oltre 20, 50 o 250 addetti.
L'analisi degli indici medi consente però di osservare anche l'altra faccia della medaglia. Quando si considera il valore aggiunto per addetti si sottolineano le potenzialità degli operatori minori che, facendo leva sulle proprie prestazioni personali o su un ricorso minimo ad altre risorse umane, riescono a esprimere un'efficienza di gestione per ogni unità attiva all'altezza delle imprese di maggiori dimensioni (tavola 50). Può forse apparire singolare che il dato di cui è accreditata la classe delle medie e grandi imprese (con oltre 250 dipendenti) si posizioni lontano da quelli attribuiti alle altre fasce. Ma non si tratta di una disparità del tutto anomala: in molti settori a consumo diffuso le logiche di mercato impongono ai gruppi leader e di maggiori dimensioni un'organizzazione più complessa e investimenti nelle politiche di marketing decisamente onerosi, che si riflettono su risultati complessivi molto alti e "capitari", invece, di proporzionalità inversa.

Si ritiene in genere più congruo per misurare la capacità di generare valore e l'efficienza della gestione riferirsi al valore della produzione invece che al fatturato. Il calcolo del valore aggiunto appare più appropriato, in quanto permette di considerare tutti i ricavi che ogni società produce e non solo quelli relativi alla sua attività tipica, ma questo coefficiente è rilevabile dalle statistiche dell'Istat elaborate secondo la classificazione Ateco 2007, quindi soltanto a partire dal 2008. I dati percentuali scendono comprensibilmente rispetto a quelli calcolati sul fatturato, ma le riduzioni sono contenute e le quote di valore aggiunto restano in ogni caso apprezzabili (tavola 51).

REDDITIVITÀ
Un altro elemento di valutazione significativo rilevabile dalle statistiche Istat a partire dal 2008 corrisponde al cosiddetto Mol, il Margine Operativo Lordo, che serve a evidenziare la redditività di un'impresa. Rispetto all'individuazione dell'ammontare del valore aggiunto, il suo processo di misurazione contempla infatti la sottrazione anche del costo del lavoro ed è quindi funzionale a valutare la capacità da parte di una società di creare reddito, cioè utili, con la sua attività, prima di mettere in conto i costi che derivano non dal ciclo produttivo vero e proprio ma da altri tipi di gestione. Come quella finanziaria, in termini di interessi passivi (sostenuti per esempio a carico dell'eventuale indebitamento contratto con le banche o con i fornitori), o quella fiscale, che comporta il pagamento di tasse e imposte, o ancora quella patrimoniale, in tema di deprezzamento dei beni (con i relativi accantonamenti) e di ammortamenti collegati agli investimenti operati nell'acquisizione degli stessi beni, sia materiali sia immateriali come i diritti di sfruttamento delle opere cinematografiche.
Il Mol si colloca in sostanza sulla soglia del reddito netto, voce che corrisponde al saldo finale dei conti economici ed esprime in pratica l'esito finale di un anno di attività con il segno più degli utili conseguiti o quello meno delle perdite accusate a chiusura dei bilanci.
A suffragio della percezione di una rete d'impresa del cinema strutturalmente più consistente di quanto possa far presumere la sua appariscente farraginosità si può osservare che le considerazioni emerse in tema di attività operativa, di produzione di fatturato e d'efficienza gestionale valgono sostanzialmente anche sotto il profilo della capacità di generare reddito (tavola 52).

Perché il Mol è un indice chiave. L'arco di tempo coperto dalle rilevazioni è ristretto e antecedente al biennio 2011-2012, segnato maggiormente dagli effetti di una congiuntura economica progressivamente negativa, quindi i dati relativi al margine operativo si pongono in diretta correlazione con quelli già esposti a proposito del fatturato e del valore aggiunto dei segmenti e delle classi dimensionali del comparto, anche per le medie aziendali e per addetto, così come in riferimento agli altri settori dell'audiovisivo (tavola 53) da cui traspare solo una leggera contrazione delle quote di Mol conseguite dal cinema a confronto con quelle attinenti al valore aggiunto.

Attestata sopra il 20%, la positività del differenziale che si riscontra fra l'incidenza del margine operativo lordo sul valore aggiunto (tavola 54) e quella rilevata a sua volta per lo stesso valore aggiunto sul valore della produzione (tavola 51) sta a significare come l'efficienza produttiva e gestionale si riflettono sulle proiezioni di redditività delle imprese. E a misurare la prospettiva per ogni società di raggiungere i propri obiettivi di raggiungimento del profitto è in particolare il rapporto fra Mol e valore della produzione. È il coefficiente chiave che porta in sede di bilancio al passaggio più delicato, in quanto esprime proprio quella parte di valore di tutta l'attività produttiva svolta che, una volta detratte tasse e imposte (e aver scontato eventuali ammortamenti e accantonamenti), si concretizza in reddito netto, cioè in utili o passivi effettivi.

10 Il termine "tayloristico" rimanda all'ingegnere e inventore americano Frederick Winslow Taylor (Philadelphia, 1856-1915), teorico dell'organizzazione del lavoro basata sulla misurazione e sul controllo delle fasi di lavorazione - nota anche come "tecnica di tempi e metodi di lavoro" - esposta nel suo libro di maggiore diffusione The Principles of Scientific Management (New York 1911; edizione italiana: L'organizzazione scientifica del lavoro, Etas, Milano 2004).
11 Il valore aggiunto aziendale è ottenuto sottraendo l'ammontare dei costi per acquisti dal totale dei ricavi. I primi comprendono i cosiddetti acquisti di beni o servizi per godimento terzi, ossia i consumi netti per acquisti di materie prime e per prestazioni di servizi e lavorazioni esterne, oltre ai diversi oneri collegati alla loro gestione. I secondi contengono il valore del fatturato lordo, le variazioni delle giacenze di prodotti finiti, semi-lavorati o in corso di lavorazione, gli incrementi delle immobilizzazioni per lavori o produzioni interni e i ricavi accessori di gestione (collegati alle eventuali prestazioni - lavorazioni o servizi - effettuate per conto terzi). Nell'elaborazione dei conti economici nazionali il calcolo del Pil, il Prodotto Interno Lordo, ossia il valore delle attività economiche svolte nel Paese in un anno, avviene sulla base di tre elementi essenziali - la produzione di tutte le imprese, la spesa delle famiglie e quella della pubblica amministrazione - e il primo dei tre dati è ottenuto sommando proprio il valore aggiunto di tutte le aziende nazionali.

 

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