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1ª PARTE - L'INDUSTRIA E IL MERCATO

2ª PARTE - L'ATTIVITA' D'IMPRESA

TESTIMONIANZE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2012
Prima Parte - L'INDUSTRIA E IL MERCATO
PRODOTTI CAPITALI E CONSUMI
Capitolo 3 - Il ciclo degli investimenti
1. Al servizio della produzione

È con queste compatibilità che l'economia del cinema italiano, in definitiva, fa da sempre i conti. E in linea teorica il 2012 potrebbe essere stato sotto il profilo della gestione finanziaria l'anno più problematico di tutti. Perché, come già rilevato, proprio nell'ultima stagione il comparto cinematografico ha sviluppato progetti come mai precedentemente, conseguendo in termini di produzione il suo record storico con la realizzazione di 166 nuovi titoli. All'atto pratico invece al maggiore volume di prodotti ha corrisposto una raccolta di capitali d'investimento - pari a 493,14 milioni di euro - molto consistente. Non rappresenta un primato, ma è il terzo ammontare di ogni tempo e il più ricco degli ultimi cinque anni, essendo inferiore soltanto agli importi del 2007 e del 2004, rispettivamente di 519,9 e 504,5 milioni di euro (tavola 1).

Per valutare l'effettiva congruità di questa provvista, a fronte del picco di offerta di prodotto raggiunto, occorre tuttavia risalire alla composizione del bacino di finanziamento nelle sue diverse poste e al processo di costruzione di questi cespiti. Il 2012, infatti, è stato il secondo anno di piena e completa applicazione del sistema di incentivazione fiscale -basato sugli strumenti del credito d'imposta o tax credit e della detassazione degli utili o tax shelter - introdotto con la legge finanziaria 2008 (numero 244 del 2007) ed entrato in vigore nel maggio 2009 con il primo dei numerosi decreti attuativi che nella loro ritardata successione ne hanno in realtà compromesso inizialmente l'efficacia. Le norme relative alla detassazione degli utili per i produttori cinematografici sono state fra l'altro abrogate nel novembre 2011 (legge numero 183), mentre quelle previste per distributori e imprese investitrici esterne al comparto non hanno mai concluso il loro iter di approvazione. Un biennio di operatività consente in sostanza di verificare l'impatto di queste misure, decisamente significative, sul contesto finanziario del cinema e sul suo sviluppo.

NATURA E ORIGINE DEllE RISORSE
Un primo riferimento è costituito - per continuità dell'evoluzione - dalla serie storica dei valori d'investimento secondo i tradizionali parametri, ossia considerando le risorse indotte dall'incentivazione fiscale (giuridicamente e tecnicamente titolare del credito d'imposta è il soggetto contribuente e non l'erario) quali componenti della provvista che le società di produzione apportano al servizio dei nuovi progetti, attraverso i mezzi propri o le tradizionali forme di finanziamento sul mercato dei capitali e del credito.

Il primato dei capitali privati. Su questa linea d'osservazione si può così rilevare come gli investimenti privati non siano mai stati così elevati e i contributi diretti pubblici tanto esigui quanto nel 2012. Le risorse private italiane ed estere hanno sfiorato il 95% della raccolta complessiva. I capitali solo italiani risultano inoltre per la prima volta superiori a 310 milioni di euro e il valore di 312,35 milioni costituisce il limite massimo finora mai raggiunto. Non è arrivato a un nuovo tetto l'apporto degli investimenti esteri, ma con 152,94 milioni di euro rappresenta per consistenza il terzo degli ultimi dieci anni (tavola 2).
Se da un lato questo corposo conferimento è alla base della maggiore realizzazione di opere finora realizzata dalle società nazionali, dall'altro fornisce un nuovo riscontro della dimensione strutturale che l'imprenditoria cinematografica ha gradualmente sviluppato negli ultimi anni: capacità di raccolta e composizione dei mezzi finanziari e gestione e organizzazione di quelli produttivi sono al servizio l'una dell'altra e alla prova dei fatti senza concrete disarmonie. Sono ormai cinque anni infatti che gli investimenti nella produzione nazionale si mantengono superiori a 420 milioni di euro.
Dal bilancio dei nuovi titoli editati dal 2000 emerge indirettamente anche un diverso equilibrio di impieghi: più che risultato di picchi straordinari, il primato di film della stagione 2012 scaturisce dal forte impegno sommato nei prodotti 100% italiani e nelle coproduzioni con l'estero, senza toccare in entrambi i casi volumi record (tavola 3).

DESTINAZIONE D'IMPIEGO DEI CAPITALI
Si è invece attenuata la concentrazione progressiva mostrata nel triennio precedente verso i film prodotti, rispetto a quelli realizzati nell'ambito della coproduzione, che hanno visto tornare dopo tre anni gli investimenti sopra quota 300 milioni, grazie in particolare all'afflusso di finanziamenti generato dagli operatori stranieri, salito di oltre dieci punti percentuali. I cineasti italiani vi hanno riversato in ogni caso 5 milioni di risorse in più rispetto all'anno precedente e hanno contribuito a ridare vigore alle collaborazioni internazionali (tavola 4).

La ripresa delle coproduzioni. Non è mutata tuttavia una certa vocazione autoctona dei filmaker italiani, più propensi (almeno da sei anni a questa parte) a detenere una quota di maggioranza - e quindi anche il comando delle operazioni - nei film prodotti in compartecipazione con case straniere (tavola 5). Nell'ambito delle coproduzioni va comunque registrato l'aumento dei partner coinvolti mediamente nella realizzazione delle opere. Nel 2011 i 23 titoli coprodotti avevano avuto per i produttori italiani 31 controparti estere - in un rapporto di 1,34 - di 13 Paesi diversi, 10 dei quali europei, con la Francia grande protagonista con 15 partecipazioni. Nel 2012 i soci d'oltreconfine sono stati 59 per 37 partnership - con un rapporto di 1,59 a produzione - e con una rappresentanza di 20 nazionalità (13 delle quali europee) dominata sempre dalla Francia, con 20 collaborazioni. Sarebbe in verità di un certo interesse conoscere la composizione internazionale dei soci d'opera secondo le due tipologie di cooperazione (tutte le quote minoritarie, ossia inferiori al 49%, devono essere in ogni caso superiori al 20%) ma il dato non è per ora rilevato.

 

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