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Terza parte – IL MERCATO DEL LAVORO
LA COMUNITA' PROFESSIONALE
Capitolo 6 – Gente d'arte e di mestieri
La difficile costruzione di una carriera

Dietro la media di un "universo" di operatori cinematografici di età relativamente giovane - 35 anni - con 70,1 giornate di lavoro all'anno e con 13,6 mila euro di redditi annui, convivono in realtà condizioni molto diversificate, a volte in misura notevole. Dividendo questa platea a metà, emerge ad esempio che il 50% più "svantaggiato" è costituito da soggetti molto giovani (in media 27 anni), che riescono a lavorare solo pochi giorni all'anno e guadagnano meno di mille euro, mentre l'altro 50% con un'età media di 45 anni - quindi ancora abbastanza giovane - e un reddito di circa 15 mila euro, a fronte di quasi 150 giornate di lavoro nell'anno, si mostra molto più strutturata.
Il primo novero è fatto dunque di soggetti giovanissimi, che con le loro poche giornate lavorative (mai più di 8) devono attendere quanto meno 15 anni per poter sperare di cominciare a lavorare con quella continuità che li possa far definire professionisti del cinema, in grado cioè di ricavare dalla loro attività le risorse economiche necessarie a mantenere un decoroso tenore di vita. Ma anche chi arriva a raggiungere il traguardo di questa stabilità professionale incontra poi gravi difficoltà per riuscire a collezionare, con il nuovo regime contributivo, una carriera lavorativa piena tale, da potergli permettere di costruirsi un adeguato "patrimonio previdenziale".
La "leggerezza" delle buste paga sembra coinvolgere indistintamente tutte le figure professionali, anche se gli effetti sono commisurati al rilievo delle rispettive categorie, dimostrandosi diffusi in maniera estesa principalmente nel grande "invaso" degli attori cosiddetti generici (figuranti compresi) e dei tecnici alle prime esperienze, meno protetti e tutelati, oltre che privi di un potere di contrattazione proprio. Alla magrezza dei borderò non è peraltro immune una certa fascia di registi, aiuto registi, sceneggiatori, scenografi e costumisti che vivono quasi esclusivamente del loro lavoro. Anche all'interno di questi gruppi artistici sussiste uno "zoccolo" quantitativamente stabile (vicino al 10%) che accusa in corso d'anno l'estrema latitanza di impieghi e quindi di accrediti contributivi, con redditi annui inferiori a 3,5 mila euro.
I benefici, quando vi sono, si rivelano di relativa consistenza per la fascia media degli addetti, dal momento che si spalmano in proporzione aritmetica su un numero superiore di destinatari. Al contrario assumono una forma davvero premiante - quasi a proiezione geometrica - sulla via che conduce al vertice della grande piramide retributiva.

FLESSIBILITÀ E TURNOVER
Il passaggio sotto la soglia della povertà di tanti soggetti implica un fenomeno parallelo: la cosiddetta turnazione forzata, causata da occasioni di lavoro e prestazioni estremamente rarefatte nel tempo. Da un anno solare all'altro migliaia di addetti restano in sostanza inoperosi per lunghi periodi e molto spesso per chi resta senza lavoro (e in assenza di guadagni) il lasso di tempo si protrae senza soluzione di continuità anche per più di dodici mesi nell'arco di un biennio.
Sussiste poi un altro tipo di turnover. Quello "classico" fatto di passaggi in e out, ossia di accessi all'attività o fuoriuscite dal settore. È significativo in proposito il raffronto fra le popolazioni di addetti per le principali qualifiche professionali della categoria "artisti e tecnici" del cinema con quelle dei settori a maggiore contiguità (innanzi tutto teatro e radio-tv).

Il comparto televisivo risulta l'unico senza la presenza di una figura artistica predominante. Nel cinema predominano gli attori (55,8% di tutti gli addetti del settore e 68,3% di tutta la categoria nel complesso delle attività di spettacolo); nel teatro gli attori di prosa (rispettivamente 45,3% e 16,9%) e per la musica gli orchestrali e i concertisti (52,3% e 72,2%) davanti ai cantanti (14,1% e 77,4%). Per tv e radio - impiegati, operatori e maestranze a parte - la qualifica artistica più folta dei registi, sceneggiatori e adattatori non raggiunge che le quote del 5,9% e del 25,7%, a dimostrazione del latente "pescaggio" che la televisione - in ampia prevalenza generalista - compie nei bacini professionali contigui; un travaso che mitiga e spiega, seppure in misura parziale, la sovrabbondanza di addetti negli altri settori e in particolare di quello cinematografico.
L'analisi complessiva del mercato del lavoro nei suoi vari aspetti ed elementi induce in sostanza a confermare che l'intensità con cui certe componenti strutturali del regime professionale in cinematografia si contrappongono al patrimonio di risorse umane disponibile, comprime in parte le potenzialità creative e la specializzazione tecnica del settore.

 

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