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Terza parte – IL MERCATO DEL LAVORO
LA COMUNITA' PROFESSIONALE
Capitolo 6 – Gente d'arte e di mestieri

«PER TUTTA LA VITA MI SONO SEMPRE SENTITO FELICISSIMO
QUANDO GLI SPETTATORI , VEDENDOMI, SI DICEVANO:
"GUARDA QUEL POVERACCIO!"»

Buster Keaton (1895-1966), autore, regista e attore

Settore ad alta intensità di capitale più che di lavoro, il cinema lo è per definizione. Basato costituzionalmente sulla realizzazione di progetti sempre nuovi e diversi, ha nel proprio dna il ricorso alle prestazioni a tempo determinato, che si risolvono proprio nel portare a compimento ogni singolo piano d'opera. La natura stessa del prodotto preclude la funzionalità di un'eventuale struttura di personale fisso a tempo pieno. Esige invece, in continua ed elevata alternanza, la partecipazione di un vasto ventaglio di competenze - creative, artistiche, tecniche - e la disponibilità di tante specifiche professionalità. L'estrema importanza in ogni settore del ciclo d'investimento per sostenere la produzione e di conseguenza i connessi livelli occupazionali, in cinematografia viene così, se possibile, ulteriormente esasperata: oltre a riattivare ogni volta il processo produttivo, gli investimenti sono finalizzati ad assicurare stabilità a un mercato del lavoro che per antonomasia, data la sua stessa natura, ne è istituzionalmente refrattario.
È molto contenuta la "base" di dipendenti con contratti a tempo indeterminato, che rappresentano poco più del 21% di tutti gli addetti dei vari comparti. Risulta pressoché insanabile il deficit di integrazione e stabilizzazione del corpo produttivo, per la profonda segmentazione trasversale che l'intensa concentrazione di professionalità, con un portfolio di esperienze estremamente variegato e tutte ad alta specializzazione, inevitabilmente comporta. Così come appare paradigmatica la frammentazione di tutta la filiera, causata dall'elevata polverizzazione per forma giuridica, dimensioni e classi di fatturato delle società che ne fanno operativamente parte.
La maggiore o minore disponibilità di risorse per mettere in cantiere nuovi titoli si riflette di conseguenza in tempo reale, come raramente è dato vedere in altri ambiti industriali, sul mercato del lavoro e sui suoi indicatori. La ripresa di vitalità del film italiano, generata attraverso gli investimenti nella produzione del 2009 e poi maturata nei risultati ottenuti nella stagione 2010 dalla distribuzione e dall'esercizio, trovano per esempio corrispondenza nelle rilevazioni statistiche dell'Enpals, l'Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo e dello Sport Professionistico, cui tutte le imprese e gli addetti sono tenuti a versare i contributi sociali di legge. Cresce il numero dei contribuenti (+4,6%) e delle aziende (+5,0%) iscritti; sale la media di addetti per impresa (da 19,5 a 20,5); aumentano, seppure di poco (+1,2%) le retribuzioni medie giornaliere.
La percezione del rapporto causa-effetto nei periodi in cui la disponibilità di queste risorse si carica di incertezze - come di recente, in merito alle dotazioni finanziarie del Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo - sembra tuttavia scontare l'immagine per così dire glamour che ammanta la comunità del cinema, quasi a sposare la rappresentazione ironica che il regista Emir Kusturica fa del proprio mestiere: «Il cinema mi è stato gemello: fatto per chi sa tutto e niente. Il cinema mi ha reso uno specialista del nulla. È l'onniscienza del regista: la specializzazione in nulla».
A differenza di quanto si riscontra in altri settori, l'eventuale crisi occupazionale resta argomento di secondo piano rispetto al perdurante dibattito sulla necessità o meno di sostenere le attività artistiche, culturali e dello spettacolo con contributi pubblici. Eppure, quando poche avvisaglie di instabilità cominciano a rendere più difficile e complesso pianificare il varo di nuove iniziative, a subire i primi contraccolpi è proprio il mercato del lavoro, strutturato essenzialmente sulle prestazioni a commessa. La serie storica degli indicatori segnala in realtà che l'andamento occupazionale non si limita a riflettere le diverse fasi della congiuntura economica, ma ne accentua - in una specie di effetto domino - l'intensità, soprattutto quando le tendenze si mostrano negative.
La mancanza di focalizzazione sull'assetto e sull'organizzazione della struttura professionale del cinema si rispecchia nella scarsa attenzione con cui si guarda in generale al lavoro in tutto il macrosettore artistico-culturale, della comunicazione e dello spettacolo.

LE DINAMICHE DEI FLUSSI OCCUPAZIONALI Secondo i dati dell'Enpals, il comparto radiotelevisivo ha perso ad esempio nel solo triennio 2007-2009 oltre 5 mila addetti, pari al 16,2%, pur avendo dato vita a un'esplosione di nuovi canali digitali e satellitari, in chiaro o a pagamento. Il fenomeno appare del tutto anomalo e non sembra facilmente motivabile, a fronte di volumi d'attività e di fatturato in costante crescita e pur considerando i vantaggi acquisiti in termini di economie di scala e di efficienza gestionale, come indicano gli aumenti di produttività conseguiti (il monte retributivo sale in corrispondenza dell'incremento di giornate lavorative prestate in media dagli addetti in un anno). Ma non pare suscitare particolare attenzione, nonostante il sistema televisivo e radiofonico sia l'unico, fra quelli rientranti nell'area di intervento dell'istituto mutualistico, con una quota di occupati a tempo indeterminato - circa il 75% - maggioritaria rispetto a quelli a tempo determinato.

 

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