LANGUAGE
Report 2014
Report 2013
Report 2012
Report 2011
Report 2010
Report 2009
Report 2008
fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2010
Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 3 - L'attività produttiva
La filiera di produzione integrata

Al trend della produzione cinematografica propriamente detta, che realizza i lungometraggi destinati in via prioritaria alla distribuzione nelle sale, si lega l'andamento della vasta area che integra l'offerta filmica, costituita da generi o tipologie che hanno sempre fatto parte della produzione caratteristica della cinematografia (sono stati proprio i filmati a carattere documentaristico ad aprire per esempio la strada ai lungometraggi a intreccio narrativo) e che oggi se ne distinguono soprattutto per non avere quale primo canale di diffusione la sala, ma quello televisivo o il circuito home video. È questo il motivo principale per cui non godono, come già sottolineato nelle precedenti edizioni di questo rapporto, della visibilità vantata dai film tradizionali e non rappresentano di solito (tv movies a parte) materia di ricerca e di rilevazione statistica sul mercato del consumo cinematografico. Anche se concorrono a realizzare un valore di fatturato e ricavi pressoché pari a quello che le società produttrici conseguono nell'area istituzionale delle opere "maggiori".

ANIMAZIONE
Come dimostrano i successi storici della Walt Disney Pictures e quelli più recenti della Pixar Animation Studios, i cartoons figurano ogni anno nella parte più alta delle classifiche degli incassi. L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri nella stagione 2009 ha raccolto in Italia 29,6 milioni di euro; Shrek e vissero felici e contenti, Toy Story 3 - La grande fuga e Cattivissimo me, ultime uscite del 2010, rispettivamente 17,0 milioni, 13,6 e 12,5. Sul mercato mondiale Toy Story 3 - La grande fuga ha addirittura superato il miliardo di dollari (787,5 milioni di euro), quota mai toccata prima; nemmeno dall'ex primatista Shrek 2, che si era fermato a 919,8 milioni di dollari. Fra questi campioni d'incassi, occupano un posto d'onore pure le sei fate Winx dell'italiana Rainbow, esportate ormai in 130 Paesi e capaci di totalizzare sul mercato domestico con il più recente Winx Club 3D - Magica Avventura oltre 3 milioni di euro.
Si tratta tuttavia di fenomeni circoscritti, sebbene il loro straripante successo e la prospettiva di scoprire una nuova miniera d'oro abbiano indotto molte società a entrare in questo segmento di produzione, tant'è che la programmazione 2010 ha contato a livello internazionale 58 film d'animazione contro i 18 di cinque anni fa. Complice dello sviluppo è stata senza dubbio l'innovazione introdotta dalla tecnologica digitale e dal ricorso alla cosiddetta tecnica di stop motion con l'uso di materiali malleabili e plasmabili, quali la plastilina, in alternativa al classico profilmico disegnato o simulato al computer.
Il grande bacino d'utenza dei cartoni animati resta quello del consumo casalingo, grazie ai dvd in home video e ai canali tv tematici, sia in chiaro sia a pagamento - da Rai Gulp a RaiSat Yoyo, da Boing a RaiSat Smash, in totale sono 21 - nonostante non siano previste come in molti altri Paesi europei quote di investimento o vincoli di programmazione a favore delle opere animate per ragazzi (soltanto la Rai è impegnata a destinare alla loro realizzazione lo 0,75% dei propri ricavi in ragione del contratto di servizio sottoscritto con il Dipartimento per le Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico). Un'altra importante finestra si sta comunque ora aprendo attraverso la tecnologia 3D, congeniale in particolare alle console dei videogame - senza dover ricorrere a specifici occhiali - in virtù di un'intuizione innovativa dell'inglese Aardman Animations, già produttrice di Galline in fuga e Wallace & Gromit.
Particolarità del cinema d'animazione è di coinvolgere nella produzione una lunga filiera di studi di lavorazione, tecnici e creativi specializzati, il contributo dei quali rimane spesso confinato oltre la linea d'ombra. Winx Club 3D - Magica Avventura, come ha spiegato Iginio Straffi, fondatore di Rainbow, ha richiesto in tre anni di preparazione, 5 mila schizzi, 125 mila frames finali e l'impegno di 400 persone. In Italia sono oltre 100 le aziende, spesso di piccola o piccolissima dimensione, che vi operano per un volume d'affari stimato prudenzialmente in 120 milioni di euro. La sola Rai nel 2010 ha speso 25 milioni nell'acquisto dei diritti di trasmissione di cartoons, circa il doppio di Rti-Mediaset per la programmazione in chiaro di Italia 1 (1.102 ore all'anno, pari al 12,6% della programmazione sulla rete e al 4,2% di quella totale del network).
Asset da cui il comparto trae buona parte della propria forza, rispetto soprattutto a quello d'azione e di avventura per bambini, è per esempio l'attività di licensing e merchandising, che dà vita a una lunga serie di prodotti - zainetti, bambole e peluche, agende, cd musicali e gadget vari - legati all'immagine dei personaggi animati, con un fatturato collegato di oltre 40 milioni di euro (Disney Store Italy da solo ne copre il 50%). Rainbow è l'unica grande compagnia: leader assoluta nella produzione, conta proventi superiori a 50 milioni di euro. Primo sul fronte della distribuzione e secondo in ordine di grandezza è invece il gruppo Mondo Tv Spa, con oltre 7 dei suoi 12,5 milioni di ricavi legati ai cartoons, mentre le altre imprese - a partire dalla terza realtà, The Animation Band - si collocano a livelli di fatturato inferiori a 3 milioni di euro.

DOCUMENTARIO
L'autore e regista Ermanno Olmi la definisce «Una pratica fondamentale per chiunque abbia intenzione di dedicarsi seriamente al cinema». L'attività documentaristica sta in effetti all'origine della produzione filmica, dalla quale si distingue per due caratteristiche fondamentali, che ne differenziano di riflesso tutto il processo di lavorazione. La prima tecnica: la durata inferiore a 75 minuti. L'altra di linguaggio, ossia del cosiddetto specifico filmico: la riproduzione di fatti veri che si svolgono in tempo reale o di fatti storici attraverso materiale e documenti di repertorio, in netta distinzione quindi dallo strumento affabulatorio del cinema di finzione (i cui titoli, quando durano meno di 75 minuti, assumono la veste di cortometraggi)3.
In ragione della loro tipologia, i documentari sono stati gradatamente percepiti nella considerazione generale quali opere minori e ne scontano gli effetti in termini valutativi anche con apparenti paradossi: ad esempio un apprezzamento e una visibilità che sembrano procedere in proporzione inversa al loro ruolo fondamentale all'interno di una programmazione televisiva sempre più estesa. I network televisivi terrestri e satellitari, free e a pagamento, sono infatti oggi i principali committenti dei doc; al punto che la tv, quale canale principale di distribuzione, ha contribuito a plasmarne anche la tipologia. Un tempo venivano identificate per consuetudine internazionale due principali categorie di lavori, in base ai loro contenuti: civiltà - ossia dedicati a società, arte e cultura, antropologia o scienza - e natura, vale a dire storia, archeologia, elementi o eventi naturali, flora e fauna. Ora questa individuazione, proprio in base ai programmi televisivi di destinazione, si è fatta più specifica. Oggi si parla di docu-sport, docu-story e docu-reportage, di etno-doc e docu-nature, piuttosto che di docu-tour, cioè documentari d'arte o turistici e di viaggio. Ma hanno preso vita autonoma anche nuove categorie quali il docu-drama o docu-fiction e il backstage4.
Sotto il profilo professionale, il documentario d'autore viene ancora separato formalmente dai filmati a maggiore valenza televisiva e ha le sue punte di diamante nei 10- 15 lavori che accedono annualmente anche al canale dell'esercizio, con una media di 250 mila presenze. Nell'ambito dell'industria cinematografica e sul piano economico, l'attività di produzione appare invece del tutto integrata; molte case affiancano alla realizzazione di film anche quella dei doc, mentre centinaia di imprese minori a dichiarata vocazione cinematografica hanno quale core business pressoché esclusivo la lavorazione per le reti tv e, su scala minore, per il sistema didattico. Solo la Rai quantifica la quota di valore - 11,8 milioni quella del 2010 - dedicata al segmento (ogni network televisivo adotta una diversa classificazione aziendale della tipologia di programmi realizzati), mentre al Prc-Pubblico Registro Cinematografico gestito dalla Siae viene iscritta ogni anno con la definizione di documentario una media di 300 opere. Per quanto ricostruibile solo per via indiretta, il volume d'attività complessivo secondo gli stessi operatori viene indicato in 50 milioni di euro per la componente cosiddetta classica e in oltre 100 milioni (stima prudenziale, per l'oggettiva e difficile determinazione della natura dei diversi progetti) per quella a prevalente committenza televisiva.

CORTOMETRAGGI
Parallelo a quello documentaristico, il segmento di produzione dei cortometraggi ne riproduce sostanzialmente la conformazione, specialmente nella sua applicazione quale banco di prova delle nuove generazioni di autori e tecnici, perché a connotarlo in maniera essenziale è il processo di realizzazione perfettamente aderente (pur in formato minore) a quello filmico, dall'ideazione alla predisposizione della sceneggiatura e dalle riprese sul set fino alle fasi tecniche di montaggio, mixaggio e di edizione della copia master finale. Quasi tutti gli autori affermati hanno alle spalle una serie di cortometraggi e nell'archivio del Cnc-Centro Nazionale del Cortometraggio di Torino - nato dalla collaborazione fra Museo Nazionale del Cinema e Aiace (Associazione Italiana Amici Cinema d'Essai) con il contributo del MiBac - si contano decine di lavori dalla firma illustre.
Una, ad esempio per tutte, è quella di Nanni Moretti, che oltre ad aver continuato a girare e produrre corti in proprio o in compartecipazione con altre società, è anche organizzatore del Sacher d'Oro (dal nome della sua casa di produzione, titolare dell'omonima sala di proiezione di Roma), uno dei concorsi dedicati al genere e di cui è stato decretato vincitore anche Matteo Garrone. Dai nomi spesso fantasiosi (molto più di quelli delle rassegne tradizionali) come "Smallmovie", "SmartMovie", "Shotbutgreat", "Short Express", "Cortopotere", "Fiati corti", "Freeshout" o "Corto ma intenso", e animati appunto da particolare intensità, questi festival sono le uniche sedi, fra l'altro, in grado probabilmente di rappresentare le effettive dimensioni quantitative del corto nazionale. Se ne svolgono ogni anno in media più di 220 e in base ai rispettivi programmi, come ha rilevato Lia Furxhi, direttore organizzativo di Cnc, emerge che in dodici mesi vengono realizzati oltre 2.500 lavori5.
All'insegna di quanto predica il regista francese Robert Bresson - «Rendete visibile quello che, senza di voi, forse non potrebbe mai essere visto» - si tratta di una produzione vastissima, sostenuta da tutti gli strumenti pubblici di incentivazione (dal Fus del MiBac alle Film Commission regionali e ai piani culturali di Comuni e Province), la cui presentazione al pubblico è assicurata in via preferenziale dai network tv e in subordine da enti istituzionali, imprese e organizzazioni, a supporto di specifiche iniziative di promozione. Nei palinsesti televisivi figurano lavori sia stranieri sia italiani - mediamente con una proporzione di 50 a 50 e con collocazione privilegiata sui canali tematici riservati al cinema - una parte dei quali tuttavia prodotti direttamente: 12 ad esempio da parte di Rai Cinema; 20 da Fox; 10 da Sky (di durata rigorosamente inferiore a 5 minuti e a budget unitari di 5 mila euro); mentre Mediaset negli ultimi due anni ha ridotto da 15 a 1 solo i doc prodotti in house.
La ricchezza della produzione non si riflette in valori economici altrettanto consistenti, considerati pari a 6 milioni di euro. Tradotta in metri di pellicola o in kB rivela però l'importanza e il peso del suo ruolo nell'intero settore: corrispondente a 138 lungometraggi di 90 minuti, arriva - in analogia a quanto è già riscontrabile nel caso dei documentari - a raddoppiare materialmente l'offerta dei film italiani prodotti e coprodotti nel corso dell'ultima stagione.

FILM TV
La messa in onda delle prime fiction da parte delle reti televisive italiane risale al 1996. Dalle 200 ore trasmesse quell'anno da Rai e Mediaset, la programmazione complessiva è arrivata a superare quota 13 mila, terza performance d'Europa, e contestualmente si è sviluppata un'industria che ha realizzato nel 2010 in commissioning oltre 400 delle 2.400 ore della produzione nazionale di serial (soap operas e telenovele), miniserie, sit-com, telefilm e sceneggiati, per un fatturato di quasi 500 milioni di euro. A questo gruppo di imprese - circa 100, solo 15 delle quali di grande o media dimensione - si è poi affiancato un nucleo di pari consistenza di aziende audiovisive, concentrate a Roma e Milano, operative in origine in ambito cinematografico e poi specializzatesi nei servizi di pre e post-produzione di fiction. Nonostante la grande similarità nei modelli produttivi e nelle professionalità richieste, operatori cinematografici e televisivi hanno condotto vite separate, senza contaminazioni reciproche, nemmeno a livello associativo: Anica per le prime e Apt-Associazione Produttori Televisivi per le seconde. La verticalizzazione dei business è stata tale che a lungo chi operava in un ambito - anche a livello artistico o puramente tecnico - non sconfinava nell'altro; una separazione accentuata da un ulteriore e sorprendente fenomeno sul fronte televisivo, ossia la "fedeltà", che ha legato per anni in via esclusiva i maggiori fornitori di fiction a uno solo dei broadcaster, Rai e Mediaset, di riferimento. Soltanto nel 2009 si sono creati nel muro divisorio i primi varchi e oggi i regimi di reciproca apartheid tendono ad allentarsi ancora. Da una parte ha influito l'estensione del processo di digitalizzazione del prodotto filmico; dall'altra ha inciso la graduale propensione delle principali emittenti a realizzare anche veri tv movies, cioè progetti in soluzione unica e della durata media di 90 minuti, da avviare eventualmente in seguito anche verso la proiezione nelle sale.
Su questa scia si sono già affacciate sul mercato cinematografico Palomar, Red Film, Casanova Multimedia e i due leader della fiction: Lux Vide SpA, fondata da Ettore Bernabei e partecipata da Quinta Communications di Tarak Ben Ammar e dal gruppo bancario Intesa Sanpaolo, e Taodue Film (100% Mediaset) che, con i clamorosi successi di Cado dalle nubi e Che bella giornata, è diventata primatista nazionale assoluta di incassi al box office. Ora a scendere sul fronte opposto sono le case cinematografiche, Cattleya ed Eagle Pictures in testa, con l'effetto di ampliare la produzione dei film tv propriamente detti, il cui valore è oggetto di valutazioni a volte contrastanti (da 30 a 60 milioni di euro) per la natura ibrida delle sue modalità di distribuzione.

HARD
Il segmento a luci rosse non ha nulla a che vedere con i comparti della produzione e della distribuzione osservati in questo Rapporto. Sussiste ancora qualche commistione sul piano commerciale, ma i locali che proiettano solo pellicole hard - scesi a meno di un decimo rispetto al boom degli anni Ottanta e Novanta - continuano a ridursi di numero, mentre la vendita di dvd e vhs a contenuto pornografico avviene ormai in massima parte in videoteche e negozi specializzati in prodotti sexy (soltanto le edicole offrono contemporaneamente titoli vietati ai minori e non).
Sul piano pratico sussistono tuttavia ancora due interrelazioni. La prima riguarda il ricorso da parte dei produttori di opere XXX Rated a strutture tecniche e di servizio per le fasi di post-produzione, stampa e di commercializzazione che operano in genere anche per le imprese del settore cosiddetto istituzionale. La produzione domestica, realizzata da decine di piccole società, immette ogni anno sul mercato 300 titoli (contro i 1.200 di provenienza estera) investendovi in media 6 mila euro, e genera un fatturato totale di poco più di 2,1 milioni di euro.
La seconda, assai più significativa, concerne la diffusione sui canali secondari, in particolare attraverso le piattaforme digitali basate sulla connessione fra tv, reti internet e di telefonia. Sul versante dell'Ict-Information and Communication Technology, anzi, sono stati soprattutto i titoli hard a sostenere inizialmente la domanda dei nuovi servizi on demand e a giustificare gli investimenti che providers, compagnie telefoniche, broadcasters televisivi e altri fornitori di contenuti hanno destinato all'offerta di cinema nelle nuove modalità e alla loro promozione.
Questa spinta propulsiva si è parzialmente attenuata a partire dalla fine del 2009. Prima per l'applicazione ai film di un nuovo divieto ai minori di 10 anni e il connesso blocco alla trasmissione di programmi hard - «sia in chiaro che a pagamento» o «forniti a richiesta, sia integralmente sia parzialmente» - da parte dei network televisivi prima delle 22,30 e dopo le ore 7. Poi per l'innalzamento dell'Iva, l'imposta sul valore aggiunto, passata per tutte la pay tv (fino a quel momento Sky era operatore unico) dal 10% al 20%. La frenata dell'offerta tv ha tuttavia sospinto quelle online, via computer e telefoniche, mentre Sky e in seguito altri operatori pay hanno in parte sopperito a un iniziale raffreddamento della domanda di abbonamento ai soli canali XXX Rated lanciando formule all inclusive che hanno sostenuto le campagne di nuove sottoscrizioni al complesso dei loro servizi a pagamento.
Ricostruire il quadro delineatosi nel 2010 non è facile, in quanto nessuna società di comunicazione (che si tratti di tv, telefonia o web) fornisce dati riferiti alle diverse tipologie di contenuti diffusi, host o canali di trasmissione. Secondo le stime degli osservatori dell'industria e del mercato delle comunicazioni, il cinema hard vale in tutte le sue forme 1,3 miliardi di euro. Il fatturato più consistente è tuttora legato all'emissione in pay tv e pay-per-view, dove Sky opera con un fitto bouquet di canali satellitari fatturando 480 milioni di euro grazie a oltre 200 mila utenti (sui 4,6 milioni complessivi, per 3,0 miliardi di euro di ricavi) abbonati in via esclusiva a quelli pay a luci rosse e 320 milioni attraverso la formula ppv, per un totale di 800 milioni. Attive sia sul sistema Dtt del digitale terrestre sia via satellite sono poi Conto Tv in entrambe le modalità di pagamento, Nitegate e Glamour Plus in pay-per-view, che cumulano altri 60 milioni.
Per quanto riguarda Iptv e Dvb-h (Digital Video Broadcasting - Handheld) le valutazioni appaiono ancora più problematiche; tuttavia le indicazioni convergono sul valore di 150 milioni - sui 190 totali - degli accessi in pay-per-view (costo medio di 6 euro per un tempo limite di 48 ore) per la televisione via internet Iptv e di 170 milioni - sui 200 globali - per quelli, sempre in ppv, con telefoni cellulari e palmari in tecnologia Dvb-h. In merito all'offerta vod-video on demand sul web, in streaming o in download, le rilevazioni più diffuse riferiscono di circa 1,5 milione di clienti (il 50% in più rispetto al 2009) con una spesa unitaria di 90 euro all'anno e un introito complessivo per la vasta platea di fornitori di contenuti vietati ai minori corrispondente a 135 milioni di euro, nonostante l'esistenza di numerosi siti che propongono filmati a visione gratuita.
La produzione di video porno dispone di altri due canali di distribuzione. Il più consolidato è quello home video - dove la formula del noleggio di dvd e vhs conserva ancora rispetto all'acquisto una quota paritaria del 50% e le edicole prevalgono quasi sulle videoteche - con vendite calcolate in 150 milioni di euro. Si assottiglia invece quello relativo alla cessione dei diritti alle tv locali e commerciali, sempre meno orientate a mandare in onda nella notte film hot, per cui si stima un gettito di non più di 5 milioni di euro.

INDUSTRIE TECNICHE E DI SERVIZI
C'è un dato che illustra le ultime complesse stagioni vissute dalle imprese dei servizi tecnici ed esecutivi: nel 2008 le attività legate alla tecnologia digitale coprivano il 17% del totale; nel 2009 la quota era già salita al 30%; nel 2010 le lavorazioni svolte completamente in digitale hanno sfiorato un'incidenza del 50%. La trasformazione e riconversione dalla pellicola al cd o all'hard disk non ha coinvolto tutte le aziende tecniche; ne sono rimaste sostanzialmente immuni ad esempio quelle dei servizi dedicati alla realizzazione (relativi alle componenti scenografiche, al casting e alla preparazione dei costumi) o all'organizzazione - in termini di consulenza e assistenza amministrativa e logistica - e alla gestione della produzione, che forniscono attrezzature, materiali e mezzi di trasporto. Ma rispetto al totale degli operatori si tratta di una componente minoritaria.
La parte più consistente del comparto che affianca le case produttrici nella realizzazione dei film è impegnata infatti nei servizi di edizione (doppiaggio, post-produzione audio e video, sviluppo, stampa e videoduplicazione), nella gestione degli studi e dei teatri di posa, nell'allestimento dei set e nelle riprese elettroniche: tutte attività coinvolte direttamente nel processo di adeguamento tecnologico che sta cambiando il modo di fare, distribuire e proiettare film. Oltre 1.500 imprese di piccola e media dimensione, concentrate per il 46% a Roma e per il 18,5% a Milano, hanno così dovuto sostenere investimenti impegnativi in termini di competenze professionali e di sistemi informativi, a fronte di una rotazione della domanda ancora da completare e che le ha poste in difficoltà.
Le maggiori risorse investite afferiscono fra l'altro a processi produttivi che ridimensionano il volume d'affari in termini complessivi, senza la certezza che possano generare margini di profittabilità superiori rispetto al precedente ciclo di lavorazione fondato sull'uso della pellicola in celluloide. Nel contempo le forniture al sistema televisivo, che rappresentano circa il 35% della domanda complessiva contro il 40% relativa a lungometraggi, documentari e corti (oltre a un 8,5% collegato a filmati industriali, spot pubblicitari, videoclip musicali, e al 6,2% riferito a reportage e riprese di carattere giornalistico), hanno accusato una brusca contrazione.
Con un fatturato rimasto sostanzialmente stabile ai livelli del 2007 - 570 milioni di euro - le industrie tecniche e dei servizi collocano così ora le loro prospettive di ritorno alla piena operatività nello scenario di una cinematografia nazionale in grado di garantire continuità allo sviluppo progressivamente conseguito nelle ultime stagioni.

3Ermanno Olmi in Volevo morire mi ha salvato mia moglie, intervista raccolta da Antonio Gnoli («la Repubblica», 6 gennaio 2010). La definizione della struttura e della forma delle opere filmiche trova riscontro in ambito nazionale nel decreto legislativo numero 28 del 22 gennaio 2004 ("legge Urbani" o anche "legge cinema").
4Elementi di linguaggio filmico: breve guida alle principali tipologie di film documentari di Teresa Biondi (Doc 2.0 - Il documentario nell'epoca di YouTube, «MediaQuaderni», aprile-giugno 2010, Fondazione Libero Bizzarri).
5Le forme del corto. Rapporto sui corti italiani a cura di Lia Furxhi e Gaetano Stucchi (Edizioni Falsopiano, Alessandria 2007, 203 pagine).

 

Copyright © Fondazione Ente dello Spettacolo / P.Iva 09273491002 - Soluzioni software e Ideazione grafica a cura di