LANGUAGE
Report 2014
Report 2013
Report 2012
Report 2011
Report 2010
Report 2009
Report 2008
fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2010
Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 2 - Il ciclo degli investimenti
I capitali privati: mai così tanti

Sopra e ancor prima di tutto, il risultato è maturato per la scelta fiduciosa e strategica degli operatori e investitori privati nazionali di puntare sulla realizzazione di progetti da produrre in autonomia, finanziati con 228,8 milioni, al punto che la quota dei loro capitali privati impiegati in film prodotti è salita nei confronti di quelli coprodotti fino all'82,6%, limite anche questo mai toccato in passato.

Parallelamente, l'incidenza degli investimenti privati nazionali rispetto ai contributi Fus si è inerpicata al livello, anch'esso del tutto sconosciuto, dell'89,8%.

LE RISORSE NELLA PRODUZIONE ITALIANA
Gli investimenti per la produzione di nuove opere costituiscono ovviamente il cuore dell'attività cinematografica. Il crescente dinamismo dei capitali privati italiani nelle ultime stagioni - il 50% in più per esempio di soli quattro anni prima e il 100% in più sul 2004 per quanto riguarda i film prodotti e il 50% d'incremento nei confronti del 2005 se si considera il complesso di produzioni e coproduzioni (tavola precedente) - ha dato nuova vita al comparto.
Perché da un lato ha contrastato e compensato il drastico e progressivo ridimensionamento dei contributi statali concessi attraverso il Fus, sventando la minaccia di una possibile crisi, tanto temuta quanto concreta, vista la rispondenza registrata fino ai primi anni Duemila fra i cali o gli incrementi dei finanziamenti statali e i decrementi o gli aumenti delle risorse private investite, che cambiavano o invertivano quasi sintomaticamente la loro curva di tendenza.
Dall'altra parte perché prova il graduale consolidamento di un mercato dei capitali al servizio del film nazionale e ne mostra la progressiva crescita, oltre che in fatto di dimensioni economiche, anche in termini d'interesse e di fiducia verso le società e gli imprenditori che vi operano, in chiara controtendenza rispetto a un passato nemmeno tanto lontano. Consegnando così sempre più alla memoria storica l'immagine - secondo un'arguta e ormai popolare definizione dello scrittore Marco Lodoli del cosiddetto milieu cinematografico - di un «cinema romano, che ha sempre mille progetti nel cassetto e mille cambiali da pagare».

Oltre a confermare di muoversi pressoché in autonomia a fronte della caduta degli stanziamenti ministeriali, le risorse private hanno confermato altre due tendenze già rilevate nel 2009, attinenti ai contenuti dei piani d'investimento. La prima si riflette nel crescente mix delle fonti d'approvvigionamento dei finanziamenti, grazie al crescente apporto delle operazioni di product placement - che in genere garantiscono agli operatori una copertura dei costi pari al 10% delle spese complessive di realizzazione, in pratica al livello attuale dei fondi Fus - e in virtù soprattutto dei nuovi strumenti d'incentivazione e agevolazione diventati disponibili con l'introduzione anche nella cinematografia di formule già applicate ad altri settori produttivi quali il tax credit e il tax shelter (in un successivo paragrafo ne sono analizzati gli effetti concreti)5.

Il secondo aspetto si configura nella scelta dei produttori di predisporre budget adeguati a sostenere la qualità dei propri progetti. Pur varando un numero superiore di opere rispetto alla stagione precedente, i cineasti italiani hanno ribadito il range d'impegno finanziario già raggiunto prima e per una buona percentuale sono stati anche in grado di migliorarlo. In particolare nella fascia più alta degli standard d'investimento, dove si concentrano in genere i film di maggior spessore, che presuppongono necessariamente planning economicamente più sostanziosi. E a tutta evidenza la risposta del pubblico vale a riconoscere, secondo i risultati raccolti nella stagione 2010, la maggiore ricerca di qualità che il cinema nazionale mostra di continuare a coltivare con costanza e da alcuni anni forse con ancora maggiore convinzione6.

Nell'ultima stagione si è verificato un considerevole aumento delle produzioni a medio budget - corrispondente per numero di opere a un +128,5% - ed è maturato un ulteriore incremento di quelle di livello più elevato. In termini complessivi le carature medie dei film si attestano a 80,5 mila euro per i lavori a low budget (rappresentati in larga maggioranza dalle opere prime e seconde), a poco più di 800 mila per quelle della fascia centrale e a quasi 4,5 milioni per i titoli a più alto impegno di impieghi finanziari.

I CAPITALI ESTERI DELLA COPRODUZIONE
Grazie alla pluralità delle partecipazioni e alla condivisione degli impegni economici di case produttrici italiane e straniere nei progetti di coproduzione, l'apporto medio di capitali nei film coprodotti - di solito con partner tutti europei - supera molto spesso e abbastanza nettamente quello disposto a favore delle produzioni nazionali. Soprattutto perché l'opportunità di accedere contestualmente ai diversi mercati di diretto riferimento dei vari soci d'opera comporta in genere la compartecipazione di tante imprese (nella migliore delle ipotesi, appunto, ognuna di nazionalità differente). Questo indipendentemente sia dalla distribuzione percentuale delle rispettive quote di partnership e quindi di contribuzione al finanziamento iniziale, sia dalla possibilità che una sola società (quasi sempre quella che ha messo a punto il progetto di partenza) detenga la maggioranza relativa o pure assoluta dell'operazione con una quota titolare superiore al 50%.

Va osservato inoltre che rispetto alle altre quattro grandi cinematografie europee, l'Italia si distingue per una sua storicamente relativa adesione alle iniziative di collaborazione internazionale. Francia, Germania e Spagna vantano negli ultimi cinque anni un numero di cooperazioni assai superiore e solo la Gran Bretagna (limitatamente però al biennio più recente) sembra essersi allineata ora sugli stessi livelli7.
Queste circostanze valgono sostanzialmente a motivare peso e valore degli investimenti stranieri nel comparto produttivo italiano (tavole 9 e 10). Mentre il rinvigorito trend dell'imprenditoria nazionale si esprime soprattutto in progetti a sviluppo autoctono che attraggono gran parte delle risorse, l'impegno italiano nelle coproduzioni continua a mantenere un profilo relativamente basso, erodendo di conseguenza la capacità di attrarre nuovi investimenti dall'estero (oltretutto in tempi favorevoli ai processi d'internazionalizzazione come quelli attuali, pur nel contrasto di opportunità e minacce intrinseco alla fenomenologia della globalizzazione), senza propiziare altresì nuove aperture ai mercati d'oltre confine. Potrebbe risultare così depotenziata anche l'opzione emersa in ultimo - controtendenziale a quella del recente quadriennio - di realizzare più coproduzioni con un ruolo maggioritario invece che in minoranza come avveniva in passato (tavola 2)8. Non vi è dubbio sul fatto che nei confronti dei range finanziari raggiunti dai film prodotti solo con capitali nazionali, la caratura dei budget di coproduzione resta ancorata a uno standard più elevato; tuttavia questa maggiore taglia non sembra avere ancora assunto un impatto adeguato, ossia a misura dell'attuale mercato cinematografico internazionale. Invece che del frutto di un'unione di più forze, propone l'immagine di una semplice sommatoria e composizione di elementi, pressoché priva di qualsivoglia effetto - se non proprio moltiplicatore - almeno addizionale.
Fra produzioni e coproduzioni è dato registrare, come accade peraltro negli altri big market d'Europa (con la parziale eccezione della Gran Bretagna in virtù delle più strette cointeressenze delle majors statunitensi), un parallelismo dalle apparenze in verità assai singolari eppure, al tempo stesso, molto sintomatiche. Tali da prefigurare a una lettura di prima istanza che la predisposizione dei produttori nell'avviare una loro iniziativa sia la stessa, indipendentemente dalla condizione di operare da soli piuttosto che in società con altri in ambito internazionale, e che in entrambi i casi trovi applicazione quindi un unico schema d'investimento.
L'apporto medio di capitali nazionali alle opere coprodotte (2,12 milioni di euro nel 2010) corrisponde sostanzialmente per importo alla quota dei finanziamenti posti in media al servizio della generalità delle produzioni domestiche (2,23 milioni) e non è nemmeno tanto lontano da quello attribuibile al loro cluster più rappresentativo (2,90 milioni), ossia il complesso di film che si ottiene congiungendo i titoli a medio e ad alto budget ed escludendo in questo caso quelli di fascia più bassa, la cui scala dimensionale presenta effettivamente valori del tutto specifici (80,55 mila euro di budget medio).

Al contempo non si discosta nemmeno dal contributo medio del capitale estero alle stesse coproduzioni - 4,14 milioni di euro - dal momento che questo fa capo di solito a due o tre diversi investitori (tavola 13). Qualora si considerasse la quota straniera nella sua interezza (4,14 milioni) si potrebbe comunque constatare quanto sia vicina per entità alla media degli investimenti nazionali destinati alle singole produzioni ad alto budget dei film nazionali (4,47 milioni). Persino la ripartizione dei fondi statali Fus presenta un incipiente allineamento - verso il basso - delle erogazioni medie concesse ai film nazionali prodotti (830 mila euro) con quelle (1,04 milioni) assegnate alle coproduzioni (tavola 10). Anche la serie storica degli investimenti complessivi, calcolati in euro a valori costanti, conferma indirettamente la marcia a passo cadenzato: le risorse finanziarie impiegate nella produzione di film al 100% italiani sono aumentate fra il 1990 e il 2010 del 42,2% e dal 2000 al 2010 del 25,2%; quelle impegnate nei film italiani coprodotti negli stessi intervalli di tempo sono salite rispettivamente del 31,7% e del 22,3%.
La lettura dei dati non può essere ovviamente univoca, in quanto nasconde realtà diversificate: qualche progetto è stato realizzato con grandi impieghi finanziari e prospettive di mercato ambiziose, mentre altre più numerose coproduzioni hanno corrisposto a obiettivi e impegni economici del tutto inferiori. La simmetria delle quote induce tuttavia una parte degli osservatori a un'analisi critica, secondo cui il cinema europeo in generale e quello italiano non paiono in definitiva "tentati" dalla mission di portare a un nuovo stadio di evoluzione (nel dubbio forse di non potere o sapere conseguirla) la loro tradizionale pianificazione finanziaria, dove la partecipazione dei partner stranieri di turno rimanepiù una componente formalmente aggiuntiva - ancorché materiale - piuttosto che rappresentare una prospettiva davvero alternativa e proattiva.
È come se gli operatori europei in fase di progettazione esiliassero a priori l'eventualità di elaborarne la proiezione su scala diversa - nell'obiettivo ad esempio di realizzare con la compartecipazione estera film affini per competitività a quelli che animano la coproduzione angloamericana - ed esulassero dalla possibilità di attuare concrete strategie in linea con una programmazione appropriata alla totalità dei circuiti internazionali e integrata in tutte le svariate piattaforme tecnologiche disponibili.

5Gli inserimenti di product placement vengono in genere pagati dalle aziende investitrici in tre tranches: la prima rata al momento della firma del contratto prima dell'inizio della lavorazione; una seconda al momento del montaggio finale; la terza in coincidenza con l'uscita del film nelle sale.
6Nel quinquennio la Francia conta una media annua di coproduzioni pari a 90,6; la Germania a 40,3; la Spagna a 48,2; la Gran Bretagna a 52,0 (ma da un numero iniziale di 88 è progressivamente scesa, di anno in anno, a un minimo di 20), contro l'indice di 29,2 dell'Italia. Si può inoltre osservare in base ai dati elaborati dall'European Audiovisual Observatory di Bruxelles (Marché du film, 2010) che i cineasti di quei Paesi vantano nel periodo posizioni maggioritarie rispettivamente nel 55%, 60%, 51% e 70% dei casi a fronte del 51% degli operatori italiani.
7Sul mercato internazionale l'ammontare dei costi di produzione - intesi per quelli propriamente detti di progetto - configura la tipologia dei film secondo una classificazione generalmente condivisa: a budget basso (o contenuto) per costi di produzione inferiori a 1 milione di dollari (indicativamente 750 mila euro); a medio budget per costi compresi fra 1 e 10 milioni di dollari (da 750 mila a 7,5 milioni di euro); ad alto budget, quando i costi si collocano fra 10 e 40 milioni di dollari (da 7,5 a 30 milioni di euro); infine i cosiddetti blockbuster, con costi superiori a 40 milioni di dollari (30 milioni di euro). Come si è potuto constatare dalla media degli investimenti operati negli ultimi anni, la cinematografia italiana si colloca per la sua gran parte fra la prima e la seconda fascia, sia per le produzioni sia per le coproduzioni nazionali. Insieme con la Spagna è quella più presente nella seconda, ma con valori medi inferiori a Francia e Germania e soprattutto a quelli della Gran Bretagna. Recupera invece posizioni nella terza fascia, ponendosi a ridosso della leadership inglese, e nel confronto dei valori con gli altri quattro principali mercati europei, rivela la sua presenza anche nel quarto segmento, dove la Germania è praticamente assente e la Francia e ancor più la Spagna vantano solo sporadiche incursioni.
8Secondo i dati rilevabili dai cataloghi delle produzioni annuali dell'Anica, gli operatori italiani realizzano tradizionalmente opere in coproduzione con partner francesi, spagnoli e (in misura minore) tedeschi. In fatto di strategie di settore si segnala a livello europeo, in base ai survey condotti dall'European Audiovisual Observatory di Bruxelles (Marché du film, 2010), il caso del Belgio: la sua cinematografia di norma sviluppa annualmente fra 10 e 20 film nazionali ma anche da 35 a 45 coproduzioni con capitali esteri (un terzo delle quali in posizione maggioritaria) ed esprime un esempio significativo d'integrazione con i mercati più vicini e storicamente affini, oltre che dominanti, di Francia e Germania.

 

Copyright © Fondazione Ente dello Spettacolo / P.Iva 09273491002 - Soluzioni software e Ideazione grafica a cura di