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Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 2 - Il ciclo degli investimenti

«L'ARTE È IL VALORE PIÙ IMPORTANTE PER L'UOMO,
PIÙ POTENTE DEL DENARO.
PER QUESTO TANTE PERSONE FANNO FOLLIE PER UN'OPERA»

Damien Hirst, scultore e pittore inglese

Il dato storico è passato quasi inosservato, ma nel 2010 il cinema nazionale ha realizzato - dopo il record del 2008 con 154 titoli - la più alta produzione di tutti gli anni Duemila e la seconda in assoluto degli ultimi 30 anni: 141 nuovi film. Per riscontrare un volume di opere ancora superiore occorre risalire appunto al 1980, quando venne toccata la vetta di 163 pellicole. Distinguendo i titoli prodotti con soli capitali italiani da quelli finanziati con la partecipazione di operatori esteri, si rileva un'ulteriore nota positiva: i primi sono stati 114, in numero inferiore cioè soltanto ai 123 del 2008, ai 130 del 1980 e pari unicamente a quelli del 1992.
Al di là della valenza statistica, la performance testimonia le potenzialità delle imprese cinematografiche nazionali in merito alle loro capacità realizzative e soprattutto ai livelli di produttività che, a dispetto di superficiali convinzioni e diffusi luoghi comuni, sono in grado di esprimere. C'è un unico Paese in Europa, la Francia, e ve ne sono solamente altri cinque nel mondo - a scalare India, Stati Uniti, Giappone, Cina e poi, da due anni, Corea del Sud (il cui ordine di grandezza è comunque pressoché analogo) - che possono vantare, in termini di volumi stagionali, risultati maggiori.
Ancor prima di considerare la scala qualitativa, dove il suo storico genoma artistico e creativo genera il valore aggiunto che la rende ancora più competitiva, questa semplice constatazione vale più a definire sul piano puramente strutturale ed economico la consistenza dell'industria filmica italiana in una dimensione internazionale che pochi altri comparti dell'imprenditoria del Paese sanno eguagliare. Con la singolare differenza che tale leadership viene loro costantemente riconosciuta, tanto quanto rimane misconosciuta nei confronti del cinema domestico.
D'altra parte la taglia della produzione annuale non esprime soltanto una caratteristica fisica, ma concorre già di per sé a qualificare la cinematografia per grado di evoluzione e standing di sviluppo, prefigurandone quindi anche il ranking generale. Si tratta in effetti di un'attività imperniata su prodotti a utilità ripetuta, ma dal consumo concentrato in determinati intervalli di tempo, ristretti e circoscritti. Come noto, la permanenza media di un titolo nel circuito primario delle sale (fra prime e seconde visioni) non supera le sei settimane e la percentuale maggiore di incassi viene cumulata nei giorni iniziali di programmazione.Secondo la teoria economica il film è quindi assimilabile ai cosiddetti prodotti a breve ciclo di vita, come i beni a contenuto stilistico o soggetti a moda. A tutti quelli cioè che dal punto di vista dell'offerta impongono un tasso di sostituzione molto elevato. E infatti ogni anno il settore deve realizzare e distribuire opere a getto continuo, con un costante turnover di soluzioni potenzialmente innovative, sia per contenuti artistici e culturali, sia anche per caratteristiche tecnologiche e specifiche tecniche.
In epoca di globalizzazione sono proprio questi profili essenziali del processo industriale e del ciclo economico a dare la misura, ogni anno, della competitività del cinema italiano e a confermare quanto sia legittima e dovuta (rispetto a una visione superficiale delle cose, che porta a valutare la cinematografia fra le attività immateriali attribuendole principalmente una valenza a livello, per così dire, d'immagine) la considerazione dell'intero settore fra le realtà che compongono le "eccellenze" dell'azienda Italia.

 

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