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Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 1 - E' il cinema, bellezza
Nella società degli schermi

Il pubblico nordamericano, in particolare quello più giovane, conferma sempre più di preferire la comodità e l'economicità di scegliere e vedere ciò che desidera dove e come vuole,
grazie alla rete e alla diversificata strumentazione di connessione, e a prezzi sensibilmente più bassi. Come si avvertiva da tempo - con il passaggio di proprietà delle majors Usa alle grandi holding multimediali - internet sta cambiando profondamente le modalità e i circuiti di diffusione dei prodotti d'intrattenimento, offrendo attraenti alternative di consumo ed erodendo, quindi, gli sbocchi di mercato e i flussi di vendita diretta governati per decenni dalle case di produzione e distribuzione. E dal momento che la rete non ha confini e non conosce embarghi, ciò che sta trasformando il mercato Usa prepara il futuro anche di quello europeo e degli altri continenti.
Imitata da Amazon, Apple affitta in streaming e vende in download film su iTunes; Microsoft e Sony fanno lo stesso tramite anche Xbox e PlayStation, le piattaforme dedicate ai videogame; Facebook li ingloba nel suo modello di social-business network; Netflix li offre in numero illimitato con abbonamenti mensili (a 7,99 dollari). Fra computer, Iptv, iPhone, iPad, PlayStation e grazie al web e ai satelliti, la visione di un titolo ormai non incontra più barriere. E anche le majors devono adeguarsi al flusso dell'e-commerce, alle sue regole e al ruolo di fornitori di contenuti digitali, i cosiddetti e-contents, come ratificano gli ultimi accordi di Warner Bros. e Paramount con Apple, Microsoft e Facebook.
È l'altra faccia della globalizzazione, nel suo dna economico, sotto gli impulsi della nuova industria delle tecnologie e dei network di comunicazione10.
È una questione di fondamentale importanza, ma anche di estrema difficoltà e non riguarda unicamente il cinema italiano. Investe e coinvolge infatti tutta la "vecchia" Europa, tuttora ancorata - si può poi vedere quanto più nel bene o nel male - a una visione per così dire aristocratica della cultura. Come ama sostenere l'autore e regista greco Constantin Costa-Gavras, «gli Stati Uniti sono la più grande fabbrica del cinema al mondo: il film è anzitutto un prodotto, che può eventualmente diventare un'opera artistica. In Europa accade spesso il contrario».
Tutto lascia intendere che il vecchio continente dovrà impegnarsi ancora di più per difendere le sue posizioni e non vedersi costretto a coprire porzioni residuali. Il fatto è che, in difetto di competitività, rischia di soccombere anche nei confronti dei Paesi emergenti, destinati aemergere sempre di più11.

10Si ritiene utile riportare a corredo di questo specifico tema l'analisi di Stefano Salis sull'esperienza di Frédéric Martel (Mainstream): «Ogni tanto si ha l'impressione che la cultura americana predomini e avanzi ovunque. Osservando i nostri figli e i nostri studenti li si vede diventare sempre più americani [...]. In realtà se la cultura americana fa effettivi passi avanti, ciò accade in ogni Paese a spese delle "altre culture", ma senza indebolire se non di poco le culture nazionali. Se scambiate qualche parola con una decina di giovani europei, vi accorgerete che ciascuno di loro ha una buona conoscenza della musica e del cinema nazionali, vi saprà parlare di problemi di nicchia e della cultura della comunità alla quale appartiene. Al tempo stesso, però, scoprirete che è molto americano nelle sue pratiche culturali. L'unico problema, forse, è che essendo tedesco non si interessa alla cultura italiana, oppure che essendo francese è del tutto indifferente alla cultura ceca. Questa dunque è la realtà della globalizzazione. Ogni uomo ha due culture: la propria - individuale, nazionale e locale - e quella americana. Non si tratta soltanto di omologazione, bensì di un rafforzamento contestuale di locale e globale. Ormai si è al tempo stesso più italiani e più americanizzati. E internet amplifica ancor più questo fenomeno [...]. Questa è la situazione. Non è poi così negativo per le nostre culture tanto diverse far parte a tutti gli effetti della globalizzazione. Resta solo un problema cruciale: orgogliosidelle loro culture nazionali, ma incapaci di condividerle, gli europei in fondo hanno un'unica cultura che li accomuna, quella americana" («Il Sole 24 Ore», 16 gennaio 2011).
11Più che ai Paesi Nic (Newly Industrialized Country, i nuovi Paesi industrializzati) dell'Estremo Oriente - quali Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malesia e Singapore - si fa qui riferimento alle quattro aspiranti potenze identificate nel loro acronimo Bric: Brasile, Russia, India e Cina.

 

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