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Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 1 - E' il cinema, bellezza
Una nuova cultura di mercato

Per quanto attenga sostanzialmente al campo dell'osservazione e della ricerca sociologiche, questa considerazione vale tuttavia a identificare anche una nuova e diversa cultura di mercato. Come quella attribuibile al cinema italiano, capace di riportare la propria produzione oltre la quota del 30% di presenze e di incassi nel 2010 e di toccare la soglia del 60% nei primi due mesi del 2011, imponendo i suoi titoli ai vertici della classifica - sette fra i primi dieci contro soli tre stranieri; non accadeva dal 1970 - dei film più visti6.
Lo ha fatto con un gruppo di autori della nuova generazione e una serie di opere nuovamente corali, identificabili come "cinema d'autore popolare", dove si riaffaccia la tradizione della cosiddetta "commedia all'italiana" artefice, qualche decennio fa, di tanti successi e fortune, e che sta dando vita a un genere affine ma distinto anche dal tradizionale filone del "comico". Una specie di rivincita nei confronti di quelli che il regista bosniaco Emir Kusturica descrive come nothing movies, film zero: «Un assedio di celluloide conformista, una maggioranza rumorosa d'invasori riveriti, scodellati dal calderone Usa sul pianeta cinema»7.
Secondo quanto era già stato rilevato nella precedente edizione di questo Rapporto, «attraverso gli ultimi assestamenti del comparto e i propri adeguamenti di strategia, il cinema nazionale ha mostrato di saper interpretare e applicare meglio d'un tempo le modalità diconfezione» dei propri prodotti.
Nel giudizio degli operatori i risultati arrivano da un impegno graduale e un lavoro progressivo; un'arte di industriarsi che si riflette nella sintesi efficace del presidente di Anica, Riccardo Tozzi: «Ci siamo lasciati alle spalle gli anni Novanta, abbiamo ricucito il rapporto tra autori e produttori, ritrovato il legame tra gli autori e la narrativa italiana, ricostruito lo star system, si è tornati ai generi. Il cinema italiano ha ristabilito il rapporto con il suo pubblico, nel recupero del consumo in sala e nella crescita della quota di mercato».

6«I campioni al botteghino dell'epoca furono nell'ordine: Nell'anno del Signore di Luigi Magni (1,3 miliardi di allora, con un prezzo medio degli ingressi pari a 340 lire), La caduta degli dei di Luchino Visconti, Il prof. dott. Guido Tersilli... di Luciano Salce, Amore mio aiutami di Alberto Sordi, Fellini Satyricon di Federico Fellini, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri e I girasoli di Vittorio De Sica [...]; allora [...] in Italia si staccavano ogni anno ancora oltre 500 milioni di biglietti, contro i 120 milioni del 2010 e la quota di mercato della produzione nazionale era attestata oltre il sessanta per cento, mentre il cinema Usa era relegato a un modesto 27 per cento» (Franco Montini, Schermi milionari: Checco Zalone rincorre Benigni, «Il Venerdì di Repubblica», 21 gennaio 2011)..
7Una chiara definizione della tipologia di film distintisi nelle ultime stagioni appartiene al critico Paolo Mereghetti (La strada giusta: un buon cinema nazionalpopolare, «Corriere della Sera», 19 novembre 2010): «Recuperare - con un certo orgoglio - un terreno espressivo "nazionale" o addirittura "nazionalpopolare" può essere la strada giusta [...] proprio quella di un cinema che sappia intercettare i bisogni culturali più diffusi [...] e che sappia raccontarli con un linguaggio semplice e composto, di cui non ci si debba vergognare».

 

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