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Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 1 - E' il cinema, bellezza
In connessione con il mondo

Se è vero che il modello vincente nel sistema mondiale dell'industria dei contenuti e dell'intrattenimento è quello americano, capace di proporre film, videogame, blockbuster e hit che piacciono a quasi tutti, di produrre ciò che sfonda a qualsiasi latitudine e parla un linguaggio comprensibile anche per chi proviene da culture molto differenti - il cosiddetto mainstream, simbolizzato cinematograficamente parlando dai vari Harry Potter, Avatar e dalle produzioni della Pixar - appare altrettanto vero che si riscontra un non previsto ritorno in auge delle opere artistiche e culturali nazionali. Global contro local, insomma, e sempre meno compromissioni o concessioni come si sottintende con quel discutibile lemma di nuovo conio che è glocal.
Per quel che riguarda quanto meno i consumi massivi - gli articoli che si rivolgono trasversalmente alla fascia più ampia di pubblico - sembra in effetti emergere nei mercati nazionali un'inattesa tendenza all'autarchia. In Italia ancor più che nel resto d'Europa3.
Al vistoso successo raccolto nell'ultima stagione dai film della produzione domestica, rispetto a una tradizionale e schiacciante supremazia dei blockbuster statunitensi, è stato così assegnato un valore paradigmatico.
Ossia che, a fronte di modelli di pensiero e di comportamento ormai universalmente diffusi, in una società di schermi e connessioni che non sembra più conoscere confini, sta progressivamente riemergendo il desiderio di tornare a identificarsi in qualcosa di noto; in cornici, ambienti, situazioni, paesaggi e vicende che possono ricondurre in qualche modo alla propria esperienza personale. Come sostiene l'autore e produttore francese Claude Lelouch, «la vita non deve distinguersi dal film»4.
Più o meno inconscio - ma forse è appunto la globalizzazione nei suoi paradossi dimensionali ad alimentarlo più acutamente - riaffiora il piacere di abbreviare le distanze da ciò con cui si entra in contatto. Prima che conoscere, anche in un rapporto già di per sé mediato (come avviene negli ambiti culturali, artistici, di comunicazione, intrattenimento o spettacolo propri del cinema), si è portati a ritenere, insomma, che ridiventa importante sentire parlare di ciò che si sa o si presume di sapere già e che permette a ognuno - almeno in parte - di riconoscere e riconoscersi5

3Un approfondito studio in materia - Mainstream (Feltrinelli, Milano 2011, 440 pagine) - è stato condotto dal giornalista e antropologo francese Frédéric Martel, attraverso un'inchiesta svolta per cinque anni in oltre 100 Paesi e in tutte le capitali della produzione culturale, intervistando oltre mille persone, che aveva lo scopo di raccontare con fatti e numeri le tendenze dell'attuale industria culturale internazionale.
4Il concetto è stato ribadito da vari autori e registi italiani con espressioni analoghe, a compendio delle quali si può riportare una considerazione di Paolo Virzì: «Le storie narrate al cinema, oltre a essere un piacevole passatempo a buon mercato, aiutano a capire se stessi, gli altri e magari a vivere un po' meglio».
5Oltre che nello studio Mainstream di Frédéric Martel (vedi nota 3), queste considerazioni trovano riferimento anche nel dossier Macché global, siamo autarchici («la Repubblica», 15 gennaio 2011) dello scrittore Stefano Bartezzaghi, il cui assunto centrale è: «Sarà provincialismo o angoscia identitaria,ma anche nei consumi culturali siamo disposti ad avventurarci nell'ignoto a patto di non trovarci proprio del tutto spaesati».

 

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